Foibe ed Esodo giuliano-dalmata, il dovere della memoria: dal Piemonte al Veneto, una tragedia italiana da non dimenticare - Torino Plus – News, eventi e approfondimenti su Torino

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mercoledì 21 ottobre 2026

Foibe ed Esodo giuliano-dalmata, il dovere della memoria: dal Piemonte al Veneto, una tragedia italiana da non dimenticare

Da Torino a Bussoleno, passando per Chieri e Venaria Reale e altri centri piemontesi, la storia dell'Esodo giuliano-dalmata è parte della memoria del territorio.

Il Consiglio regionale del Veneto approva una legge dedicata alle vittime delle foibe, all'Esodo e alle vicende del confine orientale, puntando su scuole, viaggi di studio e approfondimento storico. Un'occasione per tornare sulle persecuzioni compiute dalle forze jugoslave di Tito e sulla sorte di centinaia di migliaia di italiani costretti a lasciare le proprie terre.


Una storia che riguarda da vicino il Piemonte

Le foibe e l'Esodo giuliano-dalmata non sono una vicenda lontana, confinata alla storia dei territori dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia. Sono parte della storia nazionale e riguardano da vicino anche il Piemonte, dove nel secondo dopoguerra numerosi esuli trovarono rifugio, cercando di ricostruire una vita dopo aver perso case, attività, affetti e legami con le proprie terre d'origine.


Torino rappresentò uno dei centri di accoglienza per i profughi provenienti dall'Adriatico orientale. Anche le Casermette di Borgo San Paolo e quelle di Altessano, nell'attuale territorio di Venaria Reale, sono legate alla storia dell'accoglienza degli esuli. Per molte famiglie, l'arrivo in Piemonte significò ricominciare da zero, affrontando difficoltà economiche, precarietà abitativa e il dolore di una separazione spesso definitiva dai luoghi nei quali erano cresciute.


Casermette Borgo San Paolo 

La memoria di quell'esperienza è stata tramandata attraverso testimonianze familiari, associazioni, iniziative commemorative e attività culturali. Anche in territori come Chieri è importante valorizzare le eventuali testimonianze delle famiglie giuliano-dalmate e ricostruire il contributo che queste comunità hanno dato alla vita sociale piemontese.




Ricordare questa storia significa riconoscere che dietro le cifre e le ricostruzioni storiche ci sono persone reali: bambini costretti a lasciare la propria casa, genitori che hanno perso tutto, famiglie divise e anziani che non hanno più potuto rivedere la propria terra.


È anche per questo che le iniziative istituzionali dedicate alle foibe e all'Esodo meritano attenzione. Non si tratta soltanto di commemorare il passato, ma di restituire dignità a vicende che hanno segnato profondamente la vita di tante famiglie italiane.


Il Veneto approva una legge per rafforzare il ricordo

Il Consiglio regionale del Veneto ha approvato una legge dedicata alla memoria delle foibe, dell'Esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale. La votazione, secondo i dati diffusi in occasione dell'approvazione del provvedimento, si è conclusa con 31 voti favorevoli e uno contrario.


Tra le misure previste figurano iniziative commemorative, attività didattiche, viaggi di studio, premi per tesi di laurea e percorsi di approfondimento rivolti alle nuove generazioni. Una delle novità più significative è il concorso intitolato a Norma Cossetto, destinato agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado.



L'obiettivo è rafforzare la conoscenza di una pagina dolorosa della storia italiana, coinvolgendo scuole, università e istituzioni culturali.


Il provvedimento si inserisce nel quadro della legge nazionale 30 marzo 2004, n. 92, che ha istituito il Giorno del Ricordo, celebrato ogni anno il 10 febbraio. La normativa nazionale riconosce la necessità di conservare la memoria delle vittime delle foibe, dell'Esodo e delle più complesse vicende del confine orientale.


cLa novità dell'iniziativa veneta consiste quindi nel rafforzare e strutturare ulteriormente gli strumenti regionali per la conoscenza storica, con attività formative rivolte in particolare ai giovani.


Le foibe e le responsabilità delle forze jugoslave di Tito

Per comprendere la tragedia delle foibe occorre ricostruire il contesto nel quale maturarono le violenze. Le vicende del confine orientale furono segnate dalla guerra, dal crollo del regime fascista, dall'occupazione tedesca e dall'avanzata dell'esercito jugoslavo guidato da Josip Broz Tito.



Dopo l'armistizio italiano dell'8 settembre 1943, in Istria si verificarono arresti, uccisioni e sparizioni. Una seconda e più ampia ondata repressiva si sviluppò nella primavera del 1945, quando le forze jugoslave entrarono a Trieste, Gorizia, Fiume e in altri territori della Venezia Giulia.


Le violenze colpirono persone appartenenti a categorie differenti. Tra le vittime vi furono funzionari pubblici, appartenenti alle forze dell'ordine, esponenti del fascismo, oppositori politici, autonomisti, partigiani italiani contrari all'annessione alla Jugoslavia e cittadini considerati ostili al nuovo potere.


La repressione non può essere spiegata soltanto come una conseguenza degli scontri militari. Si intrecciò con l'obiettivo del nuovo potere comunista jugoslavo di consolidare il controllo sui territori contesi e rimuovere gli oppositori al progetto di annessione. Le responsabilità delle forze partigiane jugoslave e degli apparati repressivi devono pertanto essere riconosciute e studiate senza reticenze.


Le foibe, profonde cavità naturali tipiche del paesaggio carsico, sono diventate il simbolo di questa tragedia. Tuttavia, non tutte le vittime furono uccise mediante l'infoibamento: numerosi arrestati scomparvero, altri morirono durante le deportazioni, nelle carceri o nei campi di prigionia.


È importante ricordare che le vittime non furono soltanto persone direttamente coinvolte nelle operazioni militari o nell'apparato fascista. Furono colpiti anche civili e oppositori politici la cui identità nazionale, le convinzioni o la presunta ostilità al nuovo regime li rendevano sospetti.


La storia richiede precisione nell'individuazione delle responsabilità, ma non ammette che le sofferenze delle vittime vengano minimizzate per ragioni ideologiche.


Norma Cossetto, una giovane vittima diventata simbolo

Tra i nomi più conosciuti della tragedia del confine orientale figura quello di Norma Cossetto, giovane istriana uccisa nell'autunno del 1943. La sua vicenda è diventata nel tempo un simbolo delle violenze subite da numerosi italiani in quella stagione di persecuzioni.


La sua memoria richiama l'attenzione sulle persone che subirono violenze per la propria identità, le proprie convinzioni o perché considerate avversarie delle forze che miravano a imporre un nuovo ordine politico.


L'intitolazione di un concorso scolastico a Norma Cossetto può rappresentare un'occasione per avvicinare gli studenti alla storia attraverso documenti, testimonianze, ricerche e approfondimenti. Perché l'iniziativa abbia un autentico valore educativo, è importante che la celebrazione simbolica sia accompagnata dallo studio delle fonti e dal confronto con la ricostruzione storiografica.


Studiare una vittima significa restituirle una storia individuale e collocarla nel contesto storico, senza trasformarla in uno strumento di contrapposizione politica.



L'Esodo: centinaia di migliaia di italiani costretti a ricominciare

La tragedia del confine orientale non si esaurisce nelle foibe. Un capitolo fondamentale è rappresentato dall'Esodo giuliano-dalmata, che coinvolse centinaia di migliaia di italiani costretti o indotti ad abbandonare l'Istria, Fiume e la Dalmazia nel secondo dopoguerra.


Le partenze si svilupparono in un arco temporale prolungato, in un contesto segnato dal passaggio dei territori sotto la sovranità jugoslava, dalle persecuzioni, dalle pressioni politiche, dalle trasformazioni economiche e sociali e dal timore di vivere sotto il nuovo regime comunista.


Per molte famiglie significò abbandonare abitazioni, attività commerciali, terreni, ricordi e relazioni costruite nel corso di generazioni. Una parte degli esuli trovò accoglienza in Italia, spesso in condizioni difficili, dovendo affrontare precarietà abitativa, difficoltà lavorative e, talvolta, incomprensione.


Anche il Piemonte conobbe questa esperienza. Le comunità giuliano-dalmate contribuirono alla vita delle città nelle quali si stabilirono, portando con sé tradizioni, esperienze professionali, cultura e memoria. Il loro inserimento nella società italiana non cancellò però il trauma della perdita delle proprie radici.


Per questo le testimonianze degli esuli e dei loro discendenti costituiscono una risorsa preziosa. Raccoglierle e conservarle significa documentare non soltanto la tragedia delle partenze, ma anche la capacità di ricostruire una vita dopo una frattura storica profonda.


Una memoria rigorosa, senza omissioni e senza giustificazioni

Difendere la memoria delle vittime delle foibe non richiede di negare o minimizzare le responsabilità del fascismo italiano. Le politiche di snazionalizzazione contro sloveni e croati, l'aggressione italiana alla Jugoslavia nel 1941 e le violenze dell'occupazione fascista sono elementi documentati del contesto storico.


Questi fatti devono essere studiati e riconosciuti. Ma non possono diventare una giustificazione per le uccisioni, le deportazioni e le persecuzioni commesse successivamente dalle autorità jugoslave.


Le responsabilità storiche non funzionano come un bilancio nel quale le sofferenze di una popolazione cancellano quelle di un'altra. Le vittime non sono meno degne di memoria a causa della propria nazionalità, delle convinzioni politiche o degli errori commessi dai governi ai quali appartenevano.


Allo stesso modo, occorre evitare generalizzazioni che attribuiscano le responsabilità a un intero popolo. Le persecuzioni furono condotte da specifiche forze, strutture politiche e apparati repressivi. Individuare con precisione gli autori e le responsabilità è parte essenziale del lavoro storico.


Un approccio equilibrato non significa mettere tutte le vicende sullo stesso piano o attenuare la gravità dei crimini. Significa distinguere gli avvenimenti, ricostruirne le cause e riconoscere le vittime senza selezionarle in base alla convenienza ideologica.


La condanna delle violenze fasciste e naziste non rende meno grave la repressione esercitata dalle forze jugoslave. Allo stesso modo, la memoria delle vittime italiane non deve diventare un pretesto per negare le sofferenze delle popolazioni slovene e croate durante il fascismo.


La conoscenza storica è più forte quando affronta tutte queste vicende senza omissioni e senza trasformare il dolore in una competizione.


Perché portare questa storia nelle scuole

Le scuole possono svolgere un ruolo decisivo nel trasmettere la memoria del confine orientale. Gli studenti dovrebbero poter consultare documenti, leggere testimonianze degli esuli, conoscere i luoghi della memoria e confrontarsi con ricostruzioni storiografiche attendibili.


I viaggi di studio possono aiutare a comprendere concretamente la geografia del confine orientale e le trasformazioni che hanno interessato quelle terre. Anche le università e gli istituti di ricerca possono contribuire con tesi, pubblicazioni, conferenze e progetti interdisciplinari.


In Piemonte, le iniziative scolastiche potrebbero inoltre valorizzare gli archivi locali e le testimonianze delle famiglie giuliano-dalmate che si stabilirono a Torino, Venaria Reale e in altri centri della regione. Dove siano presenti testimonianze documentate, anche i Comuni possono contribuire a ricostruire la storia dell'accoglienza e dell'integrazione degli esuli.


L'obiettivo non deve essere imporre una lettura obbligata, ma fornire conoscenze solide per comprendere una vicenda troppo complessa per essere ridotta a slogan.


La memoria pubblica non si costruisce soltanto con una cerimonia annuale. Richiede continuità, ricerca, accesso alle fonti e disponibilità a discutere anche gli aspetti più controversi.


Dal Veneto al Piemonte, il dovere di ricordare

La legge approvata in Veneto offre l'occasione per una riflessione più ampia: la memoria delle foibe e dell'Esodo dovrebbe essere sostenuta in tutte le regioni italiane, attraverso iniziative proporzionate alle risorse disponibili e realizzate in collaborazione con scuole, università, archivi e associazioni degli esuli.


Per il Piemonte, e in particolare per Torino, il tema ha anche una dimensione locale. La storia dei profughi giuliano-dalmati è parte della storia delle comunità che li accolsero e delle famiglie che, nel tempo, hanno conservato il ricordo delle proprie origini.


Raccogliere testimonianze, promuovere incontri pubblici, sostenere ricerche e organizzare visite nei luoghi della memoria sono strumenti concreti per mantenere vivo questo patrimonio. Anche le realtà locali, comprese quelle del Chierese, possono contribuire attraverso la ricerca storica e la valorizzazione delle memorie familiari.

Non si tratta di alimentare nuove contrapposizioni tra italiani e sloveni, italiani e croati, destra e sinistra. Si tratta di costruire una conoscenza capace di riconoscere le responsabilità del passato e impedire che le tragedie vengano cancellate, deformate o utilizzate per giustificare nuove ostilità.


Il punto centrale è semplice: le vittime delle foibe meritano di essere ricordate, le responsabilità delle forze jugoslave di Tito devono essere studiate senza reticenze e l'Esodo deve essere riconosciuto come una delle grandi tragedie della storia italiana del Novecento.


La memoria non appartiene a uno schieramento politico. Appartiene alla storia nazionale.


Ricordare le foibe non significa dimenticare le altre vittime della guerra. Significa rifiutare che alcune vittime vengano dimenticate perché la loro sofferenza è scomoda per una determinata narrazione politica.


È questo il valore di una legge dedicata al confine orientale: offrire alle nuove generazioni gli strumenti per conoscere, comprendere e ricordare, affinché nessuna tragedia venga rimossa e nessuna persona sia privata della propria dignità anche dopo la morte.


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