Gianni Oliva: il coraggio della storia - TORINO+

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sabato 17 gennaio 2026

Gianni Oliva: il coraggio della storia

Abbiamo dedicato la copertina del mese di gennaio a Gianni Oliva, riconoscendone il valore culturale e il contributo al dibattito storico e civile del Paese.




L'EDITORIALE: a cura di Giovanni Firera

Gianni Oliva, il coraggio della storia

C’è un modo di fare storia che non si accontenta della cronaca, che non accarezza i miti consolatori e non teme di interrogare le zone d’ombra. 

È il metodo di Gianni Oliva, uno degli storici italiani più rigorosi e insieme più leggibili del nostro tempo. La sua opera ha inciso profondamente sul modo in cui guardiamo al Novecento e, più indietro, alle radici stesse dell’Italia unita. 

Oliva è stato spesso definito “revisionista”. Un’etichetta riduttiva, se intesa come volontà di riscrivere la storia per partito preso. In realtà, il suo revisionismo è quello autentico: fondato sulle fonti, sull’analisi dei documenti, sulla ricostruzione paziente dei contesti. Revisionare, per Oliva, significa restituire complessità ai fatti, sottrarli alla semplificazione ideologica, liberarli dalla retorica che li ha irrigiditi nel tempo. Emblematica, in questo senso, è la sua lettura del processo di costruzione dello Stato unitario. 

A partire da “Un regno che è stato grande. La storia negata dei Borboni di Napoli e Sicilia” in cui Oliva ripercorre le vicende politiche, economiche e culturali del Regno di Napoli e Sicilia dal 1734 al 1861, mostrando come i Borboni abbiano contribuito allo sviluppo del Sud prima dell’Unità d’Italia e sfidando alcune interpretazioni tradizionali della storiografia risorgimentale. dalla Spedizione dei Mille, dal viaggio di Giuseppe Garibaldi in Sicilia, Oliva ha mostrato come l’epopea risorgimentale non sia solo una narrazione eroica, ma anche una sequenza di fratture, compromessi, violenze e rimozioni. 

Senza mai negare il valore storico dell’Unità, ne ha messo in luce i costi sociali, le lacerazioni territoriali, le contraddizioni politiche che hanno segnato il rapporto tra Stato e cittadini, tra Nord e Sud, tra centro e periferie. È proprio questa capacità di cambiare angolatura che rende il lavoro di Oliva una “prova di verità storica”. 

Non una verità definitiva, ma una verità problematica, che invita a pensare. Nei suoi libri il Novecento italiano – dal fascismo alla guerra civile, dalla Resistenza alla Repubblica – non è mai un racconto a tesi, bensì un campo di tensioni in cui convivono responsabilità collettive, ambiguità morali, scelte individuali. 

Una storia che non assolve e non condanna in automatico, ma chiede al lettore di misurarsi con i fatti. Grande scrittore, oltre che storico, Oliva possiede una rara dote: rendere accessibile la complessità senza banalizzarla. La sua prosa è limpida, sorvegliata, capace di parlare a un pubblico ampio senza rinunciare al rigore scientifico. In un tempo in cui la memoria è spesso piegata all’uso politico del presente, il suo lavoro rappresenta un argine civile: ricordarci che la storia non è un deposito di slogan, ma uno strumento critico per comprendere chi siamo. 

Rileggere l’Italia attraverso gli scritti di Gianni Oliva significa accettare che il nostro passato non è un monumento immobile, ma un terreno vivo, ancora capace di interrogare il presente e orientare il futuro.

Gianni Oliva è uno storico, saggista e divulgatore italiano tra i più attenti allo studio del Novecento e della storia nazionale. Attraverso una rigorosa ricerca documentaria unita a una scrittura chiara e accessibile, ha contribuito a portare al grande pubblico temi complessi e spesso controversi della memoria collettiva italiana, affiancando all’attività di studioso quella di docente e di interprete critico della società contemporanea.

 

L'intervista a Gianni Oliva è curata da Claudio Pasqua, Direttore Responsabile di Torino Plus



Da scrittore, come riesce a mantenere equilibrio tra rigore documentario e capacità narrativa? Quanto conta la divulgazione per rendere la storia accessibile senza impoverirla?


Non sono elementi in contrasto tra loro. Il rigore nasce dalla serietà con cui si studiano i documenti e la bibliografia per giungere ad un’interpretazione: la “scrittura” viene dopo, e deve rispondere a criteri
di semplicità per essere comprensibile a tutti e non solo agli addetti ai lavori

Nella sua esperienza di storico, qual è stato l’evento o il periodo che più l’ha colpita durante le sue ricerche, e perché?

Come esperienza di ricerca, quella ai National Archives di Washington: lì si trova davvero tutta la storia del mondo degli ultimi 100 anni! Di meglio ci sono solo gli Archivi Vaticani: fossero accessibili senza restrizioni, si potrebbero riscrivere chissà quante pagine del passato!


Da sinistra: Giovanni Firera, Riccardo Rossotto, Gianni Oliva



Da sociologo, quali mutamenti della società italiana degli ultimi decenni le sembrano più significativi e come incidono sulla lettura del passato?

L’insegnamento arricchisce per definizione, qualunque sia la disciplina insegnata: significa aver un rapporto diretto con le generazioni nuove, coglierne gli umori, le richieste, le attitudini culturali. Negli anni Settanta, quando ho iniziato, c’era grande interesse per la storia, anche se spesso viziata dall’ideologia. Oggi si vive di corsa, in un presente sempre più breve: non c’è tempo per il passato. E la storia, di conseguenza, è assai meno in onore

Lei ha spesso affrontato temi sensibili della storia nazionale: c’è un argomento su cui ha percepito maggiori resistenze o fraintendimenti nel pubblico?

La questione della frontiera adriatica (foibe, esodo giuliano-dalmata) è stata la più controversa, tra negazioni e appropriazioni indebite. La questione degli anni di piombo e di tritolo, invece, mi sembra la più sottovalutata: abbiamo chiuso le ferite degli anni Settanta senza domandarci perché c’è stato il terrorismo, di quante complicità di è avvalso


Quanto ha influito la sua attività di docente sul suo modo di interpretare la società e di raccontare la storia nei suoi libri?

L’attività di docente è essenziale per capire che quando si parla (o quando si scrive) di storia essenziale è la chiarezza con cui si espongono i fatti. Molto spesso le ricerche accademiche sono analisi e riflessioni,
magari pregevolissime, ma riservate agli esperti: la storia è “racconto di fatti”, l’interpretazione non deve essere una noiosa premessa astratta, deve emergere dal modo in cui i fatti vengono ricostruiti.

Nel suo percorso di ricerca, quale documento d’archivio o testimonianza ha rappresentato una vera “svolta” interpretativa?

Non credo ci siano “documenti chiave” che determinano svolte interpretative. La storia non è una materia oggettiva che approda alla “verità”: la storia nasce dalle domande che il presente pone al passato,
cambiando il presente cambiano le domande, gli interessi, a volte gli stessi sistemi valoriali. Pensi al concetto di “patria”; nel XIX secolo era un’idea fresca di libertà, di progresso, di indipendenza; all’inizio del Novecento si è trasformata in un’idea aggressiva di superiorità di una nazione sull’altra che ha portato alla catastrofe del 1914-18; nel regime fascista è diventata esasperazione nazionalista. Da questo punto di vista non c’è un documento che suscita “svolte”: c’è il progressivo superamento di una visione e la ricerca di orizzonti di ricerca nuovi

Secondo lei, quali sono oggi le nuove “rimozioni collettive” della società italiana, paragonabili a quelle che lei ha analizzato in passato?

Il terrorismo, come le ho detto: abbiamo pensato che avendo arrestato la maggior parte dei responsabili rossi e neri, il problema fosse archiviato. Non ci siamo domandati quante responsabilità ci fossero nel clima arroventato di quegli anni, a cui tanti hanno contribuito: quando nei cortei si scandisce “se vedi un punto nero spara a vista, o è un carabiniere o è un fascista” o, dall’altra parte, “contro il comunismo la gioventù si scaglia, boia chi molla è il grido di battaglia”, si crea un retroterra di assuefazione alla violenza da quale germogliano coloro che poi usano la P 38 o il tritolo. È sempre tra le smagliature della coscienza collettiva che si infiltrano le derive.

Se dovesse tracciare una linea di continuità tra il Novecento e il presente, quali elementi di fragilità e quali di forza emergono dalla nostra identità nazionale?

L’elemento di forza nella linea di continuità di forza è l’innovazione tecnologica: abbiamo inventato di tutto e di più, sino all’Intelligenza artificiale. L’elemento di debolezza è che oggi, come trent’anni fa, non abbiamo ancora imparato a dominare la tecnologia: possiamo fare e apprendere troppe cose rispetto a quelle che riusciamo a gestire.

Guardando al futuro degli studi storici, quale ruolo dovrebbero avere le nuove tecnologie – dagli archivi digitali all’intelligenza artificiale – nel lavoro del ricercatore e nella didattica?

Le nuove tecnologie sono benvenute nella ricerca storica: con l’Intelligenza Artificiale è possibile raccogliere una quantità incredibile di documenti. Questo non significa sostituire il lavoro dello storico con l’IA: è comunque solo il ricercatore che può trasformare quella documentazione in interpretazione.








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