A cura di Giovanni Firera
Direttore Editoriale
La copertina del mese di Aprile 2026 di Torino+ è dedicata a Licia Mattioli, avvocato, imprenditrice e figura di riferimento del panorama industriale italiano, da anni protagonista nello sviluppo del sistema produttivo e nella valorizzazione del Made in Italy. Con un percorso che unisce esperienza manageriale, impegno associativo e sensibilità culturale, Mattioli rappresenta una voce autorevole sui temi della competitività delle imprese, del lavoro e dello sviluppo territoriale.

Licia Mattioli è una figura di primo piano nel panorama industriale e culturale italiano, con un percorso professionale che coniuga esperienza imprenditoriale, impegno associativo e attenzione alla valorizzazione del patrimonio culturale. Imprenditrice nel settore della gioielleria industriale e dell’accessorio moda, è amministratore delegato di Mattioli S.p.A., azienda torinese attiva a livello internazionale.
Nel corso della sua carriera ha ricoperto ruoli di grande rilievo all’interno di Confindustria, fino a diventare Vicepresidente nazionale con deleghe strategiche legate all’internazionalizzazione e all’attrazione degli investimenti. Il suo impegno si è concentrato in particolare sulla competitività del sistema produttivo italiano, sul rafforzamento del Made in Italy e sulla crescita delle imprese in un contesto globale sempre più complesso.
Accanto all’attività industriale, Licia Mattioli ha sviluppato una forte sensibilità per il patrimonio culturale e territoriale, assumendo anche la guida dell’Ordine Mauriziano, dove promuove una visione moderna e sostenibile della valorizzazione storica e culturale. Il suo percorso rappresenta quindi una sintesi tra industria, cultura e sviluppo sociale, con l’obiettivo di contribuire alla crescita economica e alla coesione del Paese attraverso innovazione, valorizzazione delle competenze e attenzione alle nuove generazioni.
Nel suo ruolo di già vicepresidente di Confindustria, quale ritiene sia stata la priorità più urgente affrontata e quale resta ancora oggi irrisolta?
La sfida ancora aperta riguarda la protezione e lo sviluppo del Made in Italy. È fondamentale promuovere poli produttivi di dimensioni significative per settore, superando la frammentazione della manifattura italiana e rafforzando la nostra competitività a livello globale. Quanto già realizzato con il gioverno include importanti investimenti come la misura di Industria 4.0, strumenti essenziali per modernizzare le imprese. Tuttavia, la complessità burocratica delle versioni successive ha reso l’accesso a queste risorse spesso difficile: questo è un punto che richiede ulteriori semplificazioni ed efficienza.
Guardando all’attuale scenario economico internazionale, quali sono oggi le sfide più complesse per il sistema industriale italiano?
Le sfide sono molteplici. In un contesto globale segnato da conflitti, volatilità dei mercati e rialzi dei costi delle materie prime, il concetto di lungo termine si è drasticamente ridotto: ciò che prima si pianificava in cinque anni oggi va valutato in cinque mesi. Quindi la velocità di cambiamento di rotta, in funzione dei cambiamenti geopolitici ed economici, è fondamentale. Questo scenario rende complessa la programmazione degli investimenti, soprattutto per settori fortemente orientati all’export, soggetti a fluttuazioni di domanda e dazi variabili.
Il Piemonte ha rappresentato per decenni il cuore produttivo del Paese: come può reinventarsi senza perdere la propria identità industriale?
Il Piemonte può valorizzare le proprie competenze storiche esplorando nuovi settori industriali. Il comparto automotive, pur rimanendo rilevante, ha un peso nettamente inferiore rispetto al passato; quindi, è essenziale diversificare gli investimenti verso altri settori già presenti sul territorio, puntando su innovazione e sviluppo sostenibile, senza rinunciare all’identità manifatturiera locale.
Il tema dei giovani e del lavoro resta centrale: quali errori sono stati commessi e quali correttivi sono ancora possibili?
Il problema principale riguarda la carenza di opportunità reali per i giovani e la mancanza di un vero ricambio generazionale. Troppi giovani sono costretti a lavori precari o sottopagati, mentre le imprese italiane non sempre riescono a valorizzare il talento giovanile. La situazione è aggravata dai costi del lavoro e dalle disuguaglianze strutturali del mercato: senza interventi mirati, rischiamo di perdere intere generazioni di competenze. Per questo servono politiche pubbliche più coraggiose: incentivi fiscali e sostegni economici mirati non solo per stagisti, ma per contratti stabili e qualificati; investimenti nella formazione e nella riqualificazione professionale; e misure concrete per garantire salari dignitosi. Solo così possiamo assicurare ai giovani non solo un lavoro, ma un futuro in cui il merito e la creatività siano riconosciuti e valorizzati.
Alla guida dell’Ordine Mauriziano, come si coniuga la tutela del patrimonio storico con una visione moderna e sostenibile?
La priorità è garantire la sostenibilità dell’ente. È fondamentale ottenere finanziamenti mirati che permettano di introdurre nuove idee e una direzione artistica moderna, valorizzando al meglio il patrimonio storico e culturale senza comprometterne l’identità e la missione museale.
Il Mauriziano è un unicum tra storia, sanità e cultura: quale futuro immagina per questa istituzione?
Pur non comprendendo più la sanità, il Mauriziano ha il potenziale per diventare un faro di eccellenza culturale, un luogo dove storia, arte e memoria si intrecciano in un’esperienza unica. Immagino un futuro in cui il Mauriziano non sia solo un singolo edificio, ma il cuore pulsante di una rete di castelli e residenze sabaude, simile ai celebri castelli della Loira, capace di raccontare la grande storia del Piemonte e del nostro Paese con una voce nuova e coinvolgente. In questa prospettiva, ogni sala, ogni cortile, ogni opera diventa occasione per riscoprire la nostra identità, intrecciando passato e futuro, educazione e meraviglia, tradizione e innovazione. Vorrei che il Mauriziano non fosse solo un luogo da visitare, ma un’esperienza da vivere, capace di attrarre non solo studiosi e appassionati, ma un pubblico internazionale che possa sentirsi parte di un patrimonio vivo, dinamico e in continua evoluzione.
La cultura può davvero diventare un motore economico o rischia di restare un settore marginale nelle politiche pubbliche?
La cultura ha un enorme potenziale economico, ma da sola non basta. Deve essere sostenuta da settori come hotellerie, ristorazione e servizi connessi, creando un ecosistema che valorizzi le capacità artistiche e attrattive dei progetti culturali. La presenza di direttori con esperienza internazionale nei musei torinesi dimostra come una gestione professionale messa a sistema possa rafforzare l’impatto economico e culturale sul territorio.
Il recente conferimento del Premio Internazionale Vitaliano Brancati rappresenta un riconoscimento di alto profilo: che significato ha per lei?
Ricevere questo premio è motivo di profondo orgoglio, perché riconosce valori che condivido: libertà, rispetto delle opinioni altrui e integrità intellettuale, principi incarnati da Vitaliano Brancati, che risuonano profondamente nella mia visione personale e professionale.
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| da sinistra: Arturo Santise, Giovanni Firera, Licia mattioli, Antonia Brancati |
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| Il Premio Internazionale di Giornalismo Vitaliano Brancati alla Cappella dei Banchieri, Negozianti e Mercanti di Torino |
La figura di Vitaliano Brancati è ancora oggi straordinariamente attuale per la sua capacità di leggere la società: cosa possiamo imparare dal suo pensiero?
Dal pensiero di Vitaliano Brancati emerge un insegnamento fondamentale e profondamente universale: l’uomo nasce per vivere libero. La libertà, per Brancati, non è solo un diritto individuale, ma un valore imprescindibile per la convivenza e la coesione sociale. Ogni forma di assolutismo, di imposizione del pensiero unico o di dominio autoritario, rappresenta un pericolo non solo per l’individuo, ma per l’intera società, perché soffoca il dibattito, limita la creatività e impedisce la crescita collettiva. Le sue opere ci invitano a riflettere sulla responsabilità di ciascuno nel proteggere la pluralità delle idee, nel rispettare le opinioni altrui e nel costruire comunità in cui il confronto e la diversità siano strumenti di arricchimento e non di divisione.
Lei rappresenta una sintesi tra esperienza industriale e sensibilità culturale: può essere questa la chiave per ricostruire una nuova coesione sociale ed economica?
L’integrazione tra impresa e cultura è un fattore decisivo per uno sviluppo sostenibile. La cultura ha bisogno di risorse per prosperare, e l’impresa può sostenerla, incarnando il modello del mecenatismo e della visione olivettiana, dove innovazione industriale e valore culturale si rafforzano reciprocamente per creare coesione sociale ed economica.

