Riccardo D'Elicio: "Il CUS Torino, 80 anni di sport come collante per la città" - Torino Plus – News, eventi e approfondimenti su Torino

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mercoledì 15 luglio 2026

Riccardo D'Elicio: "Il CUS Torino, 80 anni di sport come collante per la città"

Intervista di Giovanni Firera al Presidente del Centro Universitario Sportivo torinese, al settimo mandato, in vista delle celebrazioni per gli 80 anni del CUS Torino: l'eredità di Primo Nebiolo, il nuovo polo sportivo di Grugliasco, il rapporto con Università e Politecnico, lo sport come "farmaco a costo zero" e la visita del presidente emerito d'Albania Bamir Topi.




Presidente, il CUS Torino nasce nel 1946 con Filippo Arrigo, ma cresce soprattutto con Primo Nebiolo, che lei ha avuto il piacere di conoscere personalmente e di cui è stato allievo, fino a diventare un'istituzione internazionale. Oggi il CUS Torino celebra 80 anni, con lei al settimo mandato: cosa della visione di Nebiolo sente di aver portato avanti consapevolmente, e cosa ha invece dovuto reinventare per i tempi nuovi?


Nebiolo è stato un personaggio incredibilmente importante nello sport mondiale: ha dato valore alla pratica sportiva a tutti i livelli. Non dimentico quando si candidò alla presidenza del CONI nazionale, perché aveva l'idea geniale di lavorare con il mondo della scuola. Mi ha insegnato che lo sport ad altissimo livello ha un'immagine, una visibilità straordinaria, capace di promuovere i territori.

Questo modo di pensare lo portò fuori, nel CIO, alla presidenza della IAAF, alla presidenza della FISU. Forse aveva perso un po' il contatto diretto con gli Atenei, e questo è stato in parte il suo lascito. Io mi sono reso conto che era inutile pensare a quei livelli mondiali, a cui pure avrei potuto accedere: ho preferito rimanere a Torino per ricreare le condizioni perché lo sport universitario torinese fosse riqualificato, diventasse elemento di formazione degli studenti e fosse attrattivo per la nostra città.

Oggi posso dire che questo lavoro ci ha permesso di creare le condizioni, insieme all'università, per passare dai 60mila ai 65mila studenti a Torino a partire dal 2007. Nel 2025 sono dichiarati 133mila studenti. Sono dati importanti, perché creano economia in una città straordinaria come Torino, che deve reinventarsi: innovazione, tecnologia, formazione e prevenzione possono essere gli elementi di una continua attrazione di nuovi studenti, che vengano a formarsi qui per essere protagonisti del futuro del mondo.

Per raccontare 80 anni di una polisportiva come il CUS Torino, con 28 sezioni, avete scelto uno spettacolo sul ghiaccio al Palavela: una scelta non scontata, visto che il CUS è storicamente legato ad atletica, rugby, pallavolo, canottaggio, non al pattinaggio. Perché il ghiaccio, e perché proprio il Palavela?


Intanto sono impianti straordinariamente importanti per la nostra città, perché rappresentano eccellenze istituzionali molto interessanti. Il Palavela è sempre stato dedicato a tutto il mondo dello sport: ricordo perfettamente quando era un impianto polifunzionale, con l'atletica leggera, la pista indoor, l'arrampicata sportiva, che è nata proprio lì. Oggi si è trasformato in un impianto dedicato alle attività su ghiaccio.

Se devo essere sincero, la sezione del CUS Torino che ha fatto più progressi negli ultimi anni è stata proprio quella del ghiaccio, dove abbiamo trovato le condizioni per formare migliaia di atleti e studenti che praticano questo sport creando amicizia, integrazione e socializzazione. Finito l'inverno, inizia l'estate, e inizia il percorso che ci porterà a festeggiare gli 80 anni del CUS Torino, a novembre-dicembre, con una cena di gala. Mi auguro di poter coinvolgere tutte le istituzioni importanti della città e tutti gli atleti che hanno fatto parte di questo ultimo periodo: nel 2007 festeggiammo l'era Nebiolo per i 70 anni, oggi festeggiamo gli 80, e sono molto contento di poter raccontare il percorso fatto in questi ultimi dieci anni.

Il pattinaggio metterà insieme uno spettacolo che coinvolgerà tutte le sezioni sportive del CUS Torino. Mi piacerebbe avere sugli spalti le famiglie, perché si rendano conto che i loro figli si sono formati in un ambiente straordinariamente importante, sapendo che è un po' scomparso l'oratorio. Avere luoghi di aggregazione e socializzazione come il CUS rappresenta comunque un'eccellenza, perché lì si incontrano studenti universitari, ex studenti e future generazioni.

Su questo il Palavela ci permetterà di realizzare un grande evento, e mi auguro di poter davvero arrivare fino a dicembre per festeggiare una storia di 80 anni che non è da tutti e che ancora oggi ci mette nelle condizioni di essere seguiti dal mondo: qui a Torino sono nate, nel '59, le Universiadi, un altro degli eventi che Nebiolo inventò in maniera geniale, mettendo insieme tutte le università del mondo grazie allo sport e creando un unico inno che rappresentasse tutti i Paesi. Credo che questo sia qualcosa di straordinario, frutto di una persona che mi ha insegnato ad avere una visione e poi a cercare di concretizzare i sogni.

Un esempio è la IUC, la International University Challenge, nata - sono parole sue - per fare incontrare studenti stranieri che troppo spesso vivono esperienze parallele, proprio seguendo l'insegnamento di Primo Nebiolo.

Sulla base della prima edizione della IUC, dove questa formula ha funzionato, e dove invece ha incontrato resistenze o limiti?

Ho scoperto molto. Sapevo che ci sono circa 100 comunità straniere che vivono a Torino e frequentano le nostre università: per questo siamo diventati una vera città internazionale, grazie a questi studenti. Mi sono reso conto però che tra di loro non si parlano, e forse questo è un limite anche dei nostri Atenei. Lo sport questo lo può fare: ho visto che l'interscambio avviene durante il gioco, per esempio a scacchi. Siamo andati incontro anche alle esigenze di Paesi come l'Iran, dove ho scoperto che gli scacchi sono uno sport straordinariamente importante.

I pakistani giocano a badminton: queste cose ci hanno permesso di creare una festa finale dove ho visto ballare la tarantella e la pizzica cinesi, iraniani, pakistani, messicani insieme. Questa esperienza mi fa pensare che l'evento diventerà sempre più importante negli anni, e spero che gli Atenei ci diano una mano per coinvolgere più studenti stranieri possibile, perché questo permetterà anche uno scambio culturale tra i loro Paesi e il nostro, tra le loro culture e la nostra. Credo che questa sia un'altra evoluzione di una Torino internazionale, di una Torino della formazione, che cerca di creare opportunità non solo lavorative.


Giovanni Firera con Riccardo D'Elicio


Parliamo dell'università, e in particolare del polo di Grugliasco, che lei ha definito un cambiamento epocale per il sistema universitario torinese. In termini concreti, che ruolo avrà il CUS in quel campus? Con che impianti, con che tempi e con quale fonte di finanziamento?


Mi piace ricordare che Torino è una città universitaria da più di 600 anni, con l'Università di Torino: è un'università storica, sempre stata molto centrata nella città. Oggi parlare di servizio sport nell'università è fondamentale, perché vuol dire creare le condizioni per la qualità della vita degli studenti, e in questo siamo un po' indietro.

In maniera epocale, il rettore Geuna mi ha permesso di sognare un impianto sportivo all'interno di questo polo scientifico: è lui ad aver portato avanti questo discorso. Devo dire che la professoressa Prandi, oggi rettrice, mi ha permesso di concretizzare il sogno a 360 gradi. Avremo un impianto all'interno di un polo scientifico con oltre 12mila studenti: dentro ci sarà un impianto sportivo da 12 milioni di euro, molto polivalente.

Credo che questo impianto servirà a creare davvero una trasformazione epocale del sistema universitario torinese, che diventerà ancora più attrattivo. Mi auguro che anche il Politecnico possa seguire questo percorso, per creare le condizioni di impianti sportivi idonei al servizio sport per gli studenti.

Per quanto riguarda il finanziamento, abbiamo energie economiche nostre per far funzionare il meccanismo: oggi lo sport sopravvive anche grazie alle attività che gli enti producono. Mi sono reso conto che, lavorando bene, pensando al risparmio energetico e a un utilizzo degli impianti anche di 10, 12, 14 ore al giorno, si possono creare le condizioni per sostenerne l'uso.

In ogni caso diventerà un servizio per gli studenti. Sono convinto che l'università continuerà ad aiutarci a offrire un servizio di alto livello, e non minimale, perché questo rafforzerà anche l'internazionalizzazione degli Atenei. Ho notato che i professori, quando girano il mondo, ci raccontano gli impianti sportivi straordinari dei poli universitari americani e inglesi. Oggi anche l'India e la Cina si stanno sviluppando, e stanno estendendo la stessa attenzione alla qualità della vita dei loro studenti, creando campus sportivi nelle loro università. Noi siamo un po' indietro, ma stiamo recuperando, e sono convinto che nei prossimi anni Torino sarà sempre più attrattiva grazie anche ai servizi che riuscirà a offrire agli studenti universitari, che continueranno a scegliere la nostra città per la loro formazione.

Parliamo dei giovani, presidente, e del problema del "ritorno". In una precedente intervista lei ha raccontato un fenomeno preciso: giovani professionisti che comprano casa a Torino ma lavorano a Milano. È un dato che riguarda l'attrattività della città e del suo sistema universitario. Lo sport universitario può davvero incidere su questo, o è una partita che si gioca su tavoli che non sono i vostri?


Io credo che Torino, se vuole continuare a essere una città attrattiva - e se lo merita, per dimensione umana, qualità della vita, per essere la città dei quattro fiumi, la più verde - anche dal punto di vista turistico, debba pensare a creare condizioni e servizi migliori. Non sono contrario al fatto che gli studenti che si formano qui vadano poi all'estero, per capire le opportunità che il mondo può offrire loro. Ma ho notato - me lo ha fatto notare anche mio figlio - che quando le persone devono decidere di fare famiglia, di vivere in un posto, cercano posti vivibili.

Mi chiedo: vivere nel centro di Londra, o a Berlino, o a Milano, oppure pensare di vivere a Torino - cosa pensa una persona di 35-40 anni quando pensa anche alla propria famiglia? Credo che Torino possa giocarsi delle grandi carte. Me ne sono reso conto perché mio figlio, che è chirurgo, ha deciso di comprare casa a Torino, di fare il pendolare, operare a Milano e tornare a vivere qui. I suoi figli stanno crescendo a Torino, fanno le scuole a Torino, e la sua idea è quella di restare qui. Ma la cosa che mi ha colpito è che alle sei e mezza del mattino i treni per Milano sono stracolmi di professionisti che poi tornano la sera.

Questo è un fenomeno che sta succedendo nella nostra città e che, molto probabilmente, va tenuto d'occhio, perché la Torino del 2030-2035 che sogno io è quella con le migliorie in corso: una metropolitana aggiuntiva, il Valentino migliorato, gli Atenei che crescono, una città che si qualifica anche culturalmente e turisticamente. Credo che questo farà la differenza nella scelta delle persone di vivere a Torino, e il fenomeno riguarda anche il livello internazionale: molti stranieri stanno comprando casa in città e nell'hinterland. Sono dati di cui chi fa politica deve tener conto.

Dieci impianti, oltre cento attività, 28 sezioni, oltre centomila studenti potenzialmente nel bacino: una macchina enorme, quella del CUS Torino. Qual è oggi l'anello più debole - impianti, personale, governance, comunicazione, finanziamenti - su cui il triennio 2024-2027 deve intervenire per primo?


Quello che sognerei è trovare i fondi per qualificare gli impianti sportivi. Oggi sono impianti molto datati, che costano moltissimo in termini di gestione. I nostri 130mila universitari sono tantissimi, e se dovessi dare un consiglio alla mia città direi di consolidare quello che c'è, qualificando i servizi e tutto ciò che può essere utile non solo agli studenti, ma alla cittadinanza.

Non dimentichiamo che rappresentiamo gli Atenei - 130mila studenti, circa 7-8mila dipendenti, più del 27-28% della popolazione - ma i nostri impianti sono frequentati anche dalla cittadinanza. Per questo credo che, per qualificare la vita quotidiana, la salute e la prevenzione dei cittadini della mia città, gli impianti sportivi universitari possano essere un anello straordinario. Su questo posso ancora dire che lo sport vive, ancora oggi, grazie a tantissime persone che regalano il proprio tempo, e questo non succede dappertutto. Per questo il volontario è una persona da salvaguardare, da qualificare, da formare: questo migliorerà anche la vita della nostra città.

Presidente, Lei ha in qualche modo reinventato la governance condivisa tra i due Atenei, l'Università e il Politecnico di Torino. Il legame è formalmente solido, ma sono due realtà con tempi, logiche e priorità diverse: come si costruisce, in concreto, una governance condivisa, e quanto pesano le differenze di sensibilità tra i due rettorati?


Credo che abbiamo la fortuna di aver ricostruito un rapporto solido con gli Atenei. Il CUS Torino è, per legge dello Stato italiano, l'erogatore del servizio sport, ed è oggi la più grande realtà sportiva universitaria d'Italia. Gli Atenei lo sanno: offriamo servizi straordinari per gli studenti. Sono molto contento che negli ultimi dieci anni l'attività fisica e sportiva all'interno degli Atenei sia diventata altamente formativa, con crediti formativi, con la dual career, con borse di studio per gli atleti, con la possibilità di organizzare eventi - penso a "Just Woman I Am" - che insegnano ai ragazzi temi come gli stili di vita, che portano sempre alla prevenzione, che sarà il futuro.

Nei prossimi dieci anni, se non creiamo la cultura del movimento nella popolazione piemontese, avremo sempre più difficoltà nella gestione della sanità. Ne sono profondamente convinto, e credo che solo lavorando con il sistema universitario, con gli studenti che nei dieci anni successivi diventano genitori e professionisti, possiamo portare avanti un discorso di questo tipo. In questo momento abbiamo due rettori molto vicini al territorio: il professor Corgnati per il Politecnico di Torino e la professoressa Prandi per l'Università di Torino, due persone che vogliono davvero bene al proprio Ateneo e al territorio. Mi auguro che la sinergia tra i due Atenei possa crescere.

Molto dipende dai progetti e dalle persone, ma il CUS farà sempre di tutto per creare collegamenti, perché lo sport - anche nella Carta olimpica - unisce i Paesi, crea condizioni straordinarie di rapporti tra realtà diverse. Mi auguro che lo sport possa unire anche i nostri due Atenei insieme alla politica della città. Il CUS Torino, oggi, si sta avvicinando fortemente anche alla società, con un progetto davvero innovativo, di cui si parla per la prima volta: grazie anche alla sua inventiva e al suo essere un uomo di questa società, pensa non solo allo sport e agli studenti universitari, ma anche ai cittadini.

Parliamo di quello che lei chiama il "farmaco a costo zero": lo slogan è bello e ricorrente, ma in Italia la prescrizione dell'attività fisica resta episodica e poco integrata con il sistema sanitario nazionale. Abbiamo accennato prima alla sua idea di coinvolgere il direttore generale Carlo Picco in un progetto che riguarda la società: al di là di "Just Woman I Am", il CUS Torino ha un progetto strutturato che leghi sport, sanità pubblica e ricerca universitaria, o è ancora solo una visione?


Io credo che dobbiamo creare la cultura del movimento, perché ormai tutti gli scienziati, chiunque parli di malattie o di lotta all'obesità, parla di attività fisica. Distinguo sempre molto tra attività fisica, attività sportiva e attività agonistica: sono tre concetti completamente diversi. Oggi, per la popolazione universitaria e per quella cittadina, bisogna parlare di attività fisica, e questa deve essere insegnata culturalmente, perché sono stufo di sentirmi dire "non ho tempo".

Credo che questa sia una delle cose più gravi che possano capitare a una persona: se ci si regala del tempo, se ci si dedica del tempo, non lo si sta sprecando - anzi, si fa qualcosa di utile per la società. Credo che, se vogliamo davvero aiutare la sanità, bisogna avere il coraggio di prendere coscienza che fare attività fisica vuol dire far risparmiare miliardi di euro alla sanità pubblica.

Faccio un esempio semplice: il camminare. Prendiamo il caso del diabete - oggi sappiamo che un paziente diabetico spende circa 1.500-2.000 euro l'anno di cure. È scientificamente provato che camminare un'ora al giorno permette di ridurre l'assunzione di medicinali, quindi di risparmiare sui farmaci. A Torino si parla di circa 300mila diabetici, in Italia di 9 milioni: risparmiando anche solo mille euro a persona, si arriverebbe a cifre da manovra finanziaria.

Sto parlando di un problema sociale, ma se pensiamo anche allo stress, all'anoressia, a tutte le situazioni di disagio, l'attività fisica crea le condizioni per essere più sereni, più sani, più disponibili anche solo a salutare la gente. Mi permetto una battuta: a volte vedo persone camminare con la testa bassa, e questo vuol dire non avere autostima. Sono convinto che se una persona sta bene, se riesce ad avere le condizioni fisiche giuste, può diventare anche una persona più serena.


Sappiamo che, in occasione del Salone Internazionale del Libro, il CUS Torino ha ospitato il presidente emerito della Repubblica d'Albania, Bamir Topi, in città per presentare un suo libro. È prevista una visita del presidente emerito alla vostra struttura, o a un impianto che lei sceglierà di mostrargli? E si può immaginare un'apertura non solo verso l'Albania, ma verso l'intero mondo balcanico - Kosovo, Macedonia, Montenegro?


Questo progetto si rivolge, come dicevamo parlando degli studenti stranieri, anche alle istituzioni straniere: la presenza di un presidente, anche emerito, della Repubblica d'Albania porta con sé l'esperienza che vive e che vivrà qui al CUS Torino, per poi raccontarla nel proprio Paese. È una cosa bella, soprattutto per lo sviluppo di attività che abbiamo già portato avanti sul territorio piemontese e italiano, e che ora proviamo a estendere anche ai Balcani.

Per noi è un grandissimo onore poter incontrare personalità che rappresentano l'eccellenza politica dei loro Paesi. Sono convinto - anche per curiosità personale - che l'Albania sia un Paese in grandissima evoluzione: non nascondo che con la mia famiglia abbiamo deciso di andarci presto, per scoprire una terra che tutti raccontano come culturalmente interessante e ricca di luoghi straordinari.

Se posso dire un piccolo grande sogno, sarebbe quello di collegare, grazie allo sport, l'Albania e la mia città a livello universitario: creare condizioni in cui i ragazzi possano fare interscambio con le nostre università. Per questo mi permetterò di chiedere un incontro tra i rettori delle università albanesi e i nostri, perché lo sport possa essere anche qui un collante.

Le università torinesi sono sempre state un collante con tutti i Paesi: ho avuto l'onore di conoscere molti rettori e presidenti. Nebiolo è stato ospite di Fidel Castro e di Mandela, e ho avuto il piacere di condividere alcuni appuntamenti straordinari. Poter scambiare oggi queste idee, pensare che lo sport possa fare da collante, sono cose che a volte le persone non colgono, ma che valgono più di tante altre iniziative. Sarò onorato di incontrare il presidente Topi e di invitarlo a confrontarsi con il mondo sportivo universitario torinese; chiederò anche di poter incontrare i nostri rettori, per parlare a un livello più alto, e mi auguro che la mia città possa essere all'altezza di ricevere un personaggio così importante.



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