- Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
Il 16 luglio 1945, nel deserto del New Mexico, un gruppo di fisici accese qualcosa che avrebbe preferito spegnere: il primo ordigno nucleare della storia. Oppenheimer citò la Bhagavad Gita, i colleghi festeggiarono con whisky tiepido, e il deserto si trasformò per un istante in un piccolo sole nato per errore.
Ventiquattro anni dopo, quasi allo stesso giro di calendario, l'umanità decise di fare le cose per bene e andò a bussare direttamente alla porta della Luna: il 16 luglio 1969 partiva l'Apollo 11, con Armstrong e Aldrin pronti a lasciarci sopra un'impronta e un vessillo, invece che un cratere.
C'è una tentazione facile: dire che dalla bomba siamo passati alla Luna, dal peccato alla redenzione. Più onestamente, sono la stessa storia raccontata due volte: quella della Big Science, la scienza fatta non più da un genio solitario in soffitta ma da eserciti di tecnici, ingegneri e fisici messi in fila da un governo con un budget e una scadenza.
A Los Alamos come a Houston, il protagonista non è più lo scienziato ma l'organigramma. E se cercate il vero antenato, non è nemmeno Oppenheimer: è Napoleone, che nel 1798 salpò per l'Egitto portandosi dietro centocinquanta scienziati come fossero bagagli a mano — tra cui un certo Fourier, che di serie evidentemente se ne intendeva.
Resta un dettaglio delizioso: pare che proprio Trinity, con la sua vampata, ci abbia insegnato qualcosa sul perché la Luna sia oggi così secca e priva di elementi volatili. Bombardiamo il deserto per capire il cielo: è il genere di ironia cosmica che chiameremmo, senza stupirci troppo, il solito prezzo del progresso.
Morale sabauda: la scienza, quando si mette in tanti a farla, produce sempre due cose insieme — un miracolo e un rischio. Il difficile, semmai, è ricordarsi quale dei due si sta festeggiando.
Nota: per celebrare "il successo dello sbarco sulla Luna" Antonio Lo Campo, giornalista spaziale de La Stampa vi invita all'evento Ritorno alla Luna 57 anni dopo