Il rapporto Giorgio Rota descrive l'immobilità dell'economia torinese - Torino Plus – News, eventi e approfondimenti su Torino

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giovedì 17 settembre 2026

Il rapporto Giorgio Rota descrive l'immobilità dell'economia torinese

Il Rapporto Rota fotografa senza ambiguità una verità scomoda: Torino non è in declino, ma da anni semplicemente non cresce.



IN BREVE: PER CHI HA POCO TEMPO

Il Rapporto Giorgio Rota dimostra, dati alla mano, come l’economia di Torino negli ultimi 15 anni sia rimasta quasi ferma. Non è crollata, ma nemmeno cresciuta davvero. Mentre città come Milano e Bologna hanno aumentato ricchezza e opportunità, Torino è rimasta indietro.


Il problema non è la mancanza di risorse: la città ha università eccellenti, industria, ricerca e competenze. Il punto è che tutto questo non funziona come un sistema. Le eccellenze ci sono, ma sono scollegate e non riescono a generare abbastanza crescita.


Nel frattempo, molti giovani formati a Torino vanno a lavorare altrove, soprattutto a Milano, dove ci sono stipendi più alti e più occasioni. Anche le imprese crescono, ma non abbastanza per cambiare davvero l’economia.


In sintesi: Torino non è in crisi, ma è bloccata. Se non riesce a trasformare le sue risorse in sviluppo concreto, rischia di restare indietro ancora a lungo rispetto alle città più dinamiche.


PER CHI VUOLE APPROFONDIRE

Il ritorno del Rapporto Giorgio Rota nel 2026 consente di osservare con una base statistica coerente e comparabile nel tempo l’evoluzione dell’economia torinese, evitando sia narrazioni decliniste semplificate sia letture eccessivamente ottimistiche. Il quadro che emerge è quello di un sistema urbano complesso, dotato di asset rilevanti ma caratterizzato da una dinamica economica strutturalmente debole nel confronto con le principali aree metropolitane italiane.


Il dato più significativo riguarda l’andamento del valore aggiunto, indicatore che misura la ricchezza prodotta da un territorio. Nel periodo compreso tra il 2008 e il 2023, la provincia di Torino registra una crescita complessiva dello 0,5%, pari a circa 416 milioni di euro su una base che oggi si attesta intorno ai 78 miliardi. Questo dato, preso isolatamente, potrebbe essere interpretato come il risultato di una fase ciclica sfavorevole, segnata da crisi globali e shock sistemici. Tuttavia, il confronto territoriale modifica radicalmente la lettura: nello stesso arco temporale, altre province piemontesi hanno mostrato performance significativamente migliori, con Cuneo in posizione di rilievo per dinamismo produttivo ed esportazioni.


La dimensione comparativa diventa ancora più rilevante se si osserva l’evoluzione del valore aggiunto pro capite. Secondo il rapporto, tra il 2008 e il 2023 l’incremento per un residente torinese è stato di soli 188 euro, mentre nello stesso periodo un residente di Milano ha visto crescere il proprio reddito di oltre 9.500 euro e uno di Bologna di circa 6.000 euro. Il differenziale non è marginale né episodico: indica una divergenza strutturale nella capacità dei territori di generare valore economico e produttività.


Il rapporto sottolinea come tale fenomeno non possa essere definito tecnicamente “declino”, bensì “immobilità”. Questa distinzione è cruciale. Un territorio in declino mostra una riduzione assoluta degli indicatori economici, mentre Torino evidenzia una sostanziale stagnazione, con livelli di attività economica che non si riducono drasticamente ma neppure crescono in misura significativa. In termini economici, ciò implica una perdita relativa di competitività, poiché altri territori crescono più rapidamente e attraggono risorse, capitale umano e investimenti.


Per comprendere le ragioni di questa dinamica è necessario considerare la struttura produttiva del territorio. Storicamente, l’economia torinese è stata fortemente specializzata nella manifattura, in particolare nel comparto automotive legato al gruppo Fiat, oggi Stellantis. Questo modello ha garantito per decenni elevati livelli di occupazione, integrazione delle filiere e domanda di servizi avanzati. Tuttavia, la crisi del settore automobilistico europeo e la ristrutturazione delle catene globali del valore hanno progressivamente ridotto il peso di questo comparto, senza che si sia affermato un nuovo settore trainante di dimensioni comparabili.


Il Rapporto Rota evidenzia come la trasformazione sia effettivamente in atto. Nuovi ambiti produttivi stanno emergendo, tra cui l’ICT, i servizi professionali, la sanità e alcune nicchie industriali ad alta tecnologia. Inoltre, si registra un’espansione significativa delle medie imprese, che rappresentano il segmento più dinamico del sistema produttivo italiano. Tra il 2007 e il 2023, il valore aggiunto prodotto da queste imprese è quasi raddoppiato, con indicatori di redditività in miglioramento. Tuttavia, la loro incidenza complessiva rimane inferiore rispetto ad altri territori del Nord Italia, limitando la capacità di traino sull’intero sistema economico.


Un ulteriore elemento di analisi riguarda il settore dei servizi. Tradizionalmente, Torino ha beneficiato di un effetto di polarizzazione legato al ruolo di capoluogo regionale, che concentrava funzioni direzionali, professionali e amministrative. Negli ultimi anni, questo vantaggio si è progressivamente attenuato, anche a causa della crescente attrattività di Milano come hub nazionale dei servizi avanzati, della finanza e della comunicazione. Il risultato è una redistribuzione della domanda di servizi, con una quota crescente che si sposta verso il capoluogo lombardo.


Questo fenomeno si riflette anche nei flussi di capitale umano. Le istituzioni formative torinesi, tra cui il Politecnico di Torino e l’Università degli Studi, continuano a produrre competenze di alto livello, ma una parte significativa di queste viene assorbita da mercati del lavoro più dinamici, in particolare quello milanese. Dal punto di vista economico, ciò comporta una perdita di valore aggiunto potenziale, poiché il capitale umano formato localmente contribuisce alla crescita di altri territori.


Nonostante queste criticità, il sistema torinese conserva elementi di solidità. Il valore complessivo dell’economia rimane il più elevato in Piemonte, e l’export industriale ha raggiunto livelli record negli ultimi anni, avvicinandosi ai 30 miliardi di euro nel 2023, con una forte concentrazione nei mezzi di trasporto e nei macchinari. Inoltre, alcuni indicatori del mercato del lavoro mostrano segnali di miglioramento, come la riduzione della disoccupazione giovanile e l’aumento del tasso di occupazione.


Il problema principale, evidenziato dal Rapporto, non è dunque la mancanza di risorse o competenze, bensì la difficoltà di trasformare queste risorse in crescita economica sistemica. Torino presenta un insieme di eccellenze — università, centri di ricerca, imprese innovative, patrimonio culturale — che tuttavia operano in modo relativamente frammentato. L’assenza di un ecosistema integrato riduce le sinergie tra i diversi attori e limita la capacità di attrarre investimenti su larga scala.


A questo si aggiunge una dimensione istituzionale rilevante. L’area economica torinese supera ampiamente i confini amministrativi del comune, includendo una rete di centri industriali e logistici distribuiti nella cintura metropolitana. Tuttavia, la governance rimane frammentata tra diversi enti locali, con competenze e strategie non sempre coordinate. La Città Metropolitana di Torino non dispone ancora di strumenti sufficientemente incisivi per agire come un vero livello di governo economico integrato.


Nel confronto internazionale e nazionale, la performance di un territorio dipende sempre più dalla capacità di costruire sistemi urbani complessi, in grado di combinare innovazione, capitale umano, infrastrutture e servizi avanzati. In questo senso, la distanza tra Torino e Milano non è soltanto quantitativa, ma qualitativa: riguarda la densità delle relazioni economiche, la concentrazione delle funzioni decisionali e la capacità di attrarre investimenti.


Il Rapporto Rota introduce anche un elemento prospettico, sottolineando l’esistenza di opportunità rilevanti per il rilancio dell’economia torinese. Tra queste, gli investimenti pubblici e privati in corso, stimati in oltre 10 miliardi di euro, che potrebbero rappresentare un fattore di discontinuità rispetto al passato. Tuttavia, l’impatto di tali investimenti dipenderà dalla capacità di inserirli in una strategia coerente di sviluppo, orientata alla crescita della produttività e all’attrazione di attività ad alto valore aggiunto.


In conclusione, l’analisi dei dati del Rapporto Rota restituisce un’immagine articolata dell’economia torinese. La città non è in declino, ma presenta una dinamica di crescita insufficiente rispetto ai principali competitor. La trasformazione del modello produttivo è in corso, ma procede con una velocità che non consente ancora di compensare il ridimensionamento dei settori tradizionali. La presenza di asset rilevanti rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente per la crescita: ciò che manca è la capacità di integrarli in un sistema economico coerente e competitivo su scala europea. In assenza di questo salto qualitativo, il rischio non è tanto il declino quanto la permanenza in una condizione di stagnazione relativa, destinata ad ampliare nel tempo il divario con le aree più dinamiche del Paese.



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