Bobo e il Circolo Canottieri Caprera: l'arte dell'accoglienza diventata un punto di riferimento della ristorazione torinese
A cura di Giovanni Firera
C'è un angolo di Torino in cui il tempo sembra rallentare e la città si concede una prospettiva insolita di sé stessa. È il terrazzo del Circolo Canottieri Caprera, affacciato sul Po, dove il fiume scorre placido tra le rive alberate regalando scorci che, con un piccolo sforzo dell'immaginazione, riportano dritti a Parigi, lungo la Senna. Non è un'esagerazione giornalistica: chi si siede a uno dei tavoli di questo circolo storico, in una sera d'estate, con le luci che si riflettono sull'acqua, riconosce davvero quella stessa atmosfera sospesa che si respira sui quasi della capitale francese. E in questo scenario, da quasi vent'anni, un uomo ha costruito pazientemente la propria storia di successo: si chiama Nicolas, ma tutti a Torino lo conoscono come Bobo.
Il Circolo Canottieri Caprera non è un luogo qualunque: è una delle istituzioni sportive più antiche di Torino, fondata il 15 aprile 1883 da diciannove giovani canottieri che scelsero di intitolarlo a Caprera in omaggio a Giuseppe Garibaldi, scomparso l'anno precedente proprio sull'isola che dà il nome al sodalizio.
Fin dalle origini i colori sociali sono il bianco e il rosso, richiamo alle camicie dei Mille, e la sede sorge sulla sponda del Po, all'altezza di corso Moncalieri, nei pressi del ponte Umberto I.
Uno dei circoli remieri più antichi d'Italia, tra i fondatori della Federazione Italiana Canottaggio nel 1888 e insignito nel tempo delle medaglie d'oro e d'argento del CONI al merito sportivo, il Caprera è oggi molto più di una società di canottaggio: un polo che unisce sport, vita sociale e convivialità, con spazi dedicati anche al tennis, alla canoa e, naturalmente, alla ristorazione. Un'icona cittadina, insomma, di cui il ristorante guidato da Bobo è diventato negli anni una delle anime più vive e riconosciute.
Gestore e titolare del ristorante del Circolo dal 2007, all'indomani delle Olimpiadi invernali che nel 2006 cambiarono per sempre il volto della città, Bobo è oggi una delle figure più riconosciute e apprezzate della ristorazione piemontese. Non solo per la qualità della cucina che porta in tavola, ma per qualcosa di più raro e prezioso: la capacità di far sentire ogni ospite come a casa propria. È lui stesso, del resto, a definire questa attenzione come il cuore del proprio lavoro: la passione, racconta, nasce dall'amore per la cultura italiana, per il cibo italiano, e soprattutto dal desiderio che chiunque varchi la soglia del suo locale possa sentirsi accolto, coccolato, atteso.
Prima di approdare al Caprera, Bobo ha attraversato la Torino alberghiera che conta, maturando anni di esperienza in strutture come il Turin Palace, il Majestic e il Golden Palace, oggi non più esistente, formandosi in un contesto che negli anni Duemila rappresentava l'avanguardia dell'ospitalità cittadina. Un percorso lungo e faticoso, come ammette lui stesso, sostenuto negli anni da chi ha creduto in lui e lo ha spinto ad andare avanti.
Originario della Romania, Bobo rappresenta una di quelle storie di integrazione silenziosa e concreta che raramente trovano spazio nelle cronache, ma che disegnano il volto autentico dell'Italia contemporanea: un uomo arrivato da un altro Paese che ha fatto di questa terra la propria casa, costruendo qui un successo fondato sul rispetto profondo per la tradizione che lo ha accolto. Non a caso, alla domanda su un possibile mix tra la cucina rumena e quella italiana, la sua risposta è netta: mescolare le due tradizioni sarebbe un peccato. Meglio lasciarle intatte, ciascuna nella propria identità, e portare avanti la cucina piemontese così com'è, senza modificarne una virgola, continuando però ad aggiornarsi costantemente per restare all'altezza delle aspettative dei propri ospiti.
E al suo tavolo sono venuti ospiti importante del panorama nazionale e internazionale, come ad esempio: il Presidente emerito della Repubblica dell’Albania Bamir Topi, il più grande storico italiano Gianni Oliva, il Presidente nazionale dell’Inps Pasquale Tridico, “number one“ del calcio nazionale Luciano Moggi e anche molti giornalisti quali Silvia Rosa Brusin della Rai, il direttore di Torino Cronaca Beppe Fossati, il grande Bruno Bernardi e un autorevole rappresentante della storia d’Italia il senatore Giorgio Benvenuto. E Ambasciatori, politici nazionali e locali, grandi dirigenti d’azienda e tanti tanti tanti altri ancora, senza ostentazioni o fotografie, come da abitudine in piemonte: in assoluta riservatezza. 
Un legame speciale, quello di Bobo con l'Italia, che affonda le radici anche in Sicilia, dove ha vissuto tra il 2001 e il 2004, conoscendo a fondo tanto l'entroterra quanto la costa dell'isola. Ma è a Torino che ha scelto di costruire la propria vita: ama la città per la sua cultura, per i musei, per un'arte diffusa che negli ultimi anni sta finalmente ricevendo il riconoscimento internazionale che merita, dopo essere rimasta a lungo, come dice lui, «chiusa».
Sul fronte gastronomico, il piatto simbolo della sua cucina è una tartare di fassone che porta la sua firma: nata da un'esperienza culinaria fatta anni fa in Francia, rielaborata e perfezionata nel tempo, è diventata ormai una delle proposte più riconosciute e ricercate della sua tavola. Non meno curata è la carta dei vini, dove trovano spazio due cantine di riferimento per Barolo e Barbaresco, quella dei Marchesi di Barolo e Prunotto, frutto anche di visite dirette nelle vigne e di un rapporto personale costruito nel tempo con i produttori. Tra tutte le etichette, però, è la Barbera piemontese ad avere un posto speciale nel cuore di Bobo, come naturale complemento di una cucina del territorio vissuta e raccontata con autenticità.
Guardando al futuro, Bobo non nasconde un progetto che ha già iniziato a prendere forma nei suoi pensieri: mettere l'esperienza accumulata in questi anni al servizio della formazione, magari attraverso un percorso dedicato all'enogastronomia o alla nascita di una figura di cuoco dedicata a portare avanti la sua cucina. Un'idea non ancora imminente, ma che testimonia la volontà di non fermarsi, di continuare a crescere e, soprattutto, di restituire quanto ricevuto in tanti anni di lavoro e di passione.
Oggi, seduti su quel terrazzo che guarda il Po e che per un attimo lascia immaginare la Senna, si comprende bene perché il Circolo Canottieri Caprera sia diventato, sotto la guida di Bobo, molto più di un ristorante: un luogo dell'anima, capace di unire la bellezza discreta di Torino alla generosità di chi, arrivato da lontano, ha scelto di farne la propria casa e di condividerla, ogni sera, con chiunque si sieda al suo tavolo.