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giovedì 6 agosto 2026

È morto Francesco Guccini. E con lui se ne va un pezzo della nostra generazione

di Claudio Pasqua 



 È morto Francesco Guccini. Aveva 86 anni e si è spento a Pavana, nella sua casa sull’Appennino, il luogo al quale era rimasto profondamente legato. La notizia è stata comunicata dalla famiglia, che ha fatto sapere che i funerali si svolgeranno in forma privata.


Ma quando muore Guccini non muore soltanto un cantautore. Per almeno una generazione se ne va una voce che, per decenni, ha accompagnato il passaggio dall’adolescenza all’età adulta.


Guccini è stato importante perché ha insegnato che una canzone poteva essere molto più di una canzone. Poteva raccontare la storia, la politica, l’amore, la solitudine, l’amicizia, la vecchiaia, la provincia, la memoria. Poteva persino parlare di filosofia, letteratura e del tempo che passa senza smettere di essere popolare.


Per molti ragazzi degli anni Sessanta e Settanta, Guccini fu una sorta di professore senza cattedra. Uno che non impartiva lezioni, ma metteva in fila parole, immagini e storie e lasciava che fosse chi ascoltava a trovare le proprie risposte.


C’erano La locomotiva, Auschwitz, Canzone per un’amica, Il vecchio e il bambino, L’avvelenata, Via Paolo Fabbri 43. Canzoni diversissime, che però avevano una cosa in comune: non trattavano l’ascoltatore come un consumatore. Gli chiedevano attenzione.


E soprattutto gli chiedevano di pensare.

Guccini arrivò in un’Italia nella quale la musica stava diventando una delle forme attraverso cui una generazione cercava di capire se stessa. Ma non fu semplicemente il cantautore di una parte politica. Fu il cantautore di un’epoca inquieta, attraversata da grandi ideali, conflitti, speranze e contraddizioni.


Guccini non era comunista


Diciamolo chiaramente. Su questo punto vale la pena fare chiarezza, perché negli anni la sua immagine è stata spesso semplificata.


Francesco Guccini non è mai stato comunista e non ha mai votato PCI. Lo ha detto lui stesso più volte. In una celebre intervista spiegò di avere una simpatia per l’anarchia e di essere stato socialista, ma anche di non essere mai stato comunista e di essere stato, anzi, antisovietico. Disse inoltre di avere come riferimento l’America di Roosevelt, non l’Unione Sovietica.

La sua collocazione era piuttosto quella di una sinistra libertaria, socialista, laica e azionista, lontana dall'ortodossia comunista. Lui stesso richiamò i fratelli Rosselli e la tradizione di Giustizia e Libertà. In altre parole: non un uomo del PCI, ma nemmeno un uomo estraneo alla cultura progressista italiana.


Ed è proprio questa complessità a renderlo interessante.


Guccini non aveva bisogno di essere rinchiuso in una tessera di partito. La sua politica era soprattutto una sensibilità: l'attenzione agli ultimi, la diffidenza verso il potere, la libertà individuale, l'antifascismo, la solidarietà, la curiosità intellettuale.


Perfino La locomotiva, uno dei brani più facilmente trasformabili in un inno politico, lui stesso la raccontò soprattutto come una suggestione letteraria e non come una dichiarazione di appartenenza politica.


Il vero lascito


Forse il motivo per cui Guccini è stato così importante per una generazione sta proprio qui.


Non ha soltanto scritto canzoni. Ha dato parole a sentimenti che molti non sapevano ancora nominare.


Ha raccontato la provincia e la fuga dalla provincia. L’adolescenza e la vecchiaia. Gli amici perduti. Le illusioni. La rabbia. La malinconia. La politica e il disincanto. La voglia di cambiare il mondo e la scoperta, con il passare degli anni, che il mondo non si lascia cambiare così facilmente


Per questo Guccini appartiene a una generazione, ma non soltanto a quella generazione. Perché chi lo ha ascoltato da ragazzo oggi riconosce nelle sue canzoni anche la propria vita: le persone che non ci sono più, le fotografie ingiallite, le città cambiate, gli amici incontrati e poi persi, le idee che sono rimaste e quelle che invece abbiamo abbandonato.


Guccini ci ha accompagnati mentre diventavamo adulti.


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