Il 24 luglio 1949 Fausto Coppi vince il Tour, dopo aver già vinto il Giro. Prima doppietta della storia. Un'impresa monumentale, raccontata con l'entusiasmo di chi ha appena vinto qualcosa e con la sobrietà di chi è nato tra le colline tortonesi, dove ci si vanta pedalando, non parlando.
Niente cardiofrequenzimetro, niente GPS, niente frullato di quinoa: solo una bici, due gambe e una forza di volontà che intimidiva le salite prima ancora dei gregari. Era così scarno che in discesa col vento laterale lo cercavano col binocolo. Poi la strada saliva, e lui spariva all'orizzonte come se conoscesse una scorciatoia riservata ai fenomeni atmosferici.
Oggi basta una rampa del parcheggio Esselunga per dichiarare chiusa la stagione agonistica, e si pedala non per arrivare primi ma per pubblicare "37 km, meritata focaccia" — salvo scoprire che la focaccia pesa più della bici.
Coppi affrontava Alpi e Pirenei senza guru motivazionali. Rivoluzionò l'alimentazione e l'allenamento, anticipando di decenni il ciclismo moderno — mentre la rivalità con Bartali spaccava l'Italia a tavola, con più passione di un rigore dubbio ai tempi dei social.
Morì nel 1960, a quarant'anni, per una malaria diagnosticata troppo tardi: sconfisse le montagne, non un parassita. Una vita che, se non fosse vera, sembrerebbe inventata da un romanziere con il vizio dell'esagerazione.
Morale sabauda: se qualcuno oggi vi racconta di aver fatto "Giro e Tour nello stesso anno", probabilmente parla di gelaterie e parenti in vacanza. E la maglia gialla, in quel caso, la assegna il colesterolo.