“Volevo solo giocare a figurine": quando raccontare una vita diventa un nuovo mestiere.
A cura di Giovanni Firera
Ci sono libri che si leggono e libri che, pagina dopo pagina, obbligano a fermarsi e a interrogarsi sul senso profondo delle parole. Volevo solo giocare a figurine di Piero Muscari appartiene a questa seconda famiglia, rara e preziosa.
Sarebbe riduttivo definirlo un'autobiografia. È piuttosto il racconto di un cammino umano e professionale che finisce per farsi manifesto di un'idea di comunicazione: non semplice trasmissione di informazioni, ma costruzione di relazioni, fiducia, valore condiviso.
Muscari ripercorre la propria storia senza cedere all'autocelebrazione. Le origini calabresi, la nascita di Radio Onda Verde, l'approdo a Milano, gli incontri con imprenditori, istituzioni e figure della cultura: nulla viene presentato come traguardo, tutto come tappa di una ricerca ancora aperta. Ogni esperienza si trasforma in apprendimento, ogni ostacolo in insegnamento, ogni svolta in un atto di coerenza con sé stesso.
L'originalità autentica del libro, tuttavia, sta altrove: nell'aver dato un nome a un mestiere che prima non esisteva. Muscari rifiuta l'etichetta ormai logora di storyteller e conia un termine tutto suo, Storytailor — fusione di story e tailor, storia e sarto — a indicare un modo di narrare che non produce racconti in serie, ma li confeziona su misura, rispettando l'identità irripetibile di persone, imprese e territori.
Questa visione attraversa l'intero volume.
Comunicare, per Muscari, non è tecnica di persuasione né esercizio retorico: è ascolto, osservazione, empatia. È la capacità di entrare nella vita altrui con discrezione, cercando ciò che è vero sotto la superficie. Non stupisce che una delle affermazioni più dense del libro suoni come una piccola lezione di mestiere e di umanità insieme: quando ascolta, spiega l'autore, non si limita a raccogliere informazioni, ma cerca di superare le apparenze per arrivare alla sostanza autentica delle cose.
Nelle pagine sfilano incontri con protagonisti dell'impresa, della cultura, delle istituzioni — da Flavio Briatore a importanti progetti di valorizzazione territoriale, fino alle collaborazioni con UNSIC, Fondolavoro e numerose realtà produttive italiane e internazionali. Ma non sono i nomi a colpire il lettore, quanto il filo conduttore che li lega: la capacità di trasformare ogni relazione in crescita reciproca.
Merita una menzione particolare la parte dedicata all'Albania, che l'autore non racconta come semplice parentesi internazionale, bensì come modello concreto di cooperazione economica e culturale tra due Paesi. Vengono descritti progetti nati per mettere in dialogo imprese, istituzioni e territori, a dimostrazione che una narrazione ben costruita può diventare essa stessa motore di sviluppo.
Merita una menzione particolare la parte dedicata all'Albania, che l'autore non racconta come semplice parentesi internazionale, bensì come modello concreto di cooperazione economica e culturale tra due Paesi. Vengono descritti progetti nati per mettere in dialogo imprese, istituzioni e territori, a dimostrazione che una narrazione ben costruita può diventare essa stessa motore di sviluppo.
Il volume propone anche una riflessione più ampia sulla comunicazione contemporanea. In un'epoca segnata dalla velocità, dai social e dall'appiattimento dei linguaggi, Muscari invita a rallentare, ad ascoltare per davvero, a riscoprire il valore delle storie autentiche. Comunicare meglio, per lui, non significa parlare di più, ma comprendere in profondità.
Lo stile è scorrevole ed elegante, mai ridondante: alterna memoria personale, riflessione professionale ed esperienza vissuta, riuscendo a coinvolgere anche chi non lavora nel mondo della comunicazione.
Volevo solo giocare a figurine è, in definitiva, molto più di un racconto di vita: è un invito a guardare la propria storia con occhi nuovi, nella consapevolezza che ogni persona, ogni impresa, ogni territorio custodisce un patrimonio che ha un nome soltanto: identità.
Perché, come suggeriscono le pagine conclusive del libro, non sono le storie a cambiare il mondo, ma le persone che trovano il coraggio di raccontarle con verità.
Un libro da consigliare a giornalisti, imprenditori, comunicatori, amministratori pubblici — e a chiunque creda che dietro ogni successo, prima ancora delle strategie, ci siano sempre le persone e le loro storie.