La vicenda è ormai nota, anche se raccontata in modo confuso e spesso strumentale: dal 1° ottobre 2026 il canale Rai Scuola scompare dal digitale terrestre, sostituito da un nuovo progetto editoriale, mentre i contenuti educativi vengono spostati su piattaforme digitali come RaiPlay . La decisione nasce da anni di ascolti marginali e da una strategia dichiarata: portare la didattica “dove sono gli studenti”, cioè online .
Attorno a questa scelta si è acceso il consueto circo mediatico: petizioni, interrogazioni parlamentari, appelli di accademici e intellettuali, accuse politiche incrociate. Un copione già visto.
Introduzione polemica
Eppure, a ben vedere, tutta questa indignazione arriva fuori tempo massimo.
Le polemiche sulla cessazione di Rai Scuola sono, nella sostanza, sterili. Non perché il tema non sia importante, ma perché si finge di scoprire oggi un problema che esiste da anni.
Come già osservato sulla testata di comunicazione scientifica Gravità Zero, il punto non è la chiusura in sé, ma un fatto molto più imbarazzante:
quando un canale scompare e quasi nessuno se ne accorge, il problema non è la decisione. È ciò che è successo prima.
Il nodo che nessuno vuole affrontare
Gli appelli accorati alla difesa del servizio pubblico insistono su principi condivisibili — cultura, scuola, scienza, cittadinanza — ma evitano accuratamente la domanda decisiva:
Rai Scuola, negli ultimi anni, era davvero ancora un presidio vivo?
I dati parlano chiaro: ascolti intorno allo zero virgola, palinsesti spesso fatti di repliche, una presenza pubblica quasi inesistente .
E allora l’indignazione odierna suona più come un riflesso ideologico che come una valutazione reale.
Perché difendere qualcosa che il pubblico aveva già abbandonato?
La polemica come alibi
Il dibattito si è subito polarizzato:
- da una parte chi grida allo smantellamento della cultura,
- dall’altra chi parla di evoluzione digitale inevitabile.
Entrambe le posizioni, però, condividono una rimozione:
nessuno fa davvero i conti con il fallimento editoriale del modello.
Dire “rilanciamola” senza spiegare perché non ha funzionato finora è un esercizio retorico.
È un modo elegante per evitare responsabilità.
Il vero problema: non il canale, ma la sua irrilevanza
La realtà è più semplice — e più scomoda.
La cultura scientifica oggi non è affatto in crisi: è ovunque. Ma non è più lì.
Sta:
- nelle piattaforme digitali,
- nei contenuti on demand,
- nei divulgatori indipendenti,
- nei linguaggi nuovi, rapidi, accessibili.
Continuare a difendere un canale lineare come se fossimo ancora negli anni ’90 significa non aver capito dove si è spostato il pubblico.
Le polemiche sulla fine di Rai Scuola non sono solo sterili: sono fuori fuoco.
Non si sta decidendo se salvare la cultura.
Si sta prendendo atto — con anni di ritardo — che quel formato non funzionava più.
E ignorare questo dato, per rifugiarsi in appelli di principio, non è difendere la conoscenza.
È difendere un’illusione.