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lunedì 14 settembre 2026

La Sindone arriva a Torino

Il Bicerin - Il buongiorno del mattino in chiave sabauda



Versione "Manga" di Santa Veronica con l’omonimo velo, dipinto di Hans Memling (1435/40-1494)

Torino, si sa, non è città che ami gli ingressi teatrali. Preferisce le entrate misurate, con passo felpato e una certa aria di inevitabilità, come chi arriva puntuale ma senza darlo troppo a vedere. Eppure, il 15 settembre 1578, perfino lei dovette concedersi un momento di discreta solennità: stava per ricevere un’ospite che, a differenza di certe nobildonne di passaggio, non aveva alcuna intenzione di ripartire.

La Sacra Sindone, reduce da Chambéry e da una serie di peripezie degne di un romanzo storico con ambizioni mistiche, fece il suo ingresso in città per quella che doveva essere, nelle intenzioni ufficiali, una sistemazione provvisoria. Come accade spesso nelle migliori famiglie sabaude, il “provvisorio” si trasformò in definitivo con la naturalezza di chi trova finalmente il salotto giusto.


A orchestrare il tutto fu Emanuele Filiberto di Savoia, uomo pratico, poco incline alle improvvisazioni e molto sensibile a ciò che oggi chiameremmo “branding territoriale”. Ufficialmente, il trasferimento era un gesto di squisita cortesia spirituale: andare incontro a Carlo Borromeo, che si era messo in marcia a piedi per sciogliere un voto dopo la peste di Milano. Un pellegrinaggio di quelli seri, senza carrozze, senza scorciatoie e probabilmente senza nemmeno una sosta caffè.


Il duca, con quella miscela di devozione e pragmatismo che ha fatto la fortuna di intere dinastie, pensò bene di accorciargli il tragitto. “Perché farlo attraversare le Alpi,” avrà riflettuto con elegante sobrietà, “quando possiamo portare la reliquia un po’ più vicino?” Un gesto gentile, certo. Ma anche straordinariamente conveniente.


Perché nel frattempo Torino era diventata capitale del Ducato. E una capitale, si sa, ha bisogno di simboli forti. Non bastano palazzi ordinati, strade diritte e un certo contegno architettonico: serve qualcosa che parli al cuore, alla fede, e — diciamolo senza arrossire — anche alla reputazione internazionale.


Così la Sindone arrivò. E Torino, con la sua consueta eleganza trattenuta, fece quello che le riesce meglio: accolse senza clamore, trattenne senza ostentare e trasformò un evento in destino. Nessun eccesso, nessuna sceneggiata barocca anticipata — quelle sarebbero arrivate dopo, con Guarini e le sue vertigini architettoniche — ma una decisione ferma, quasi silenziosa: da qui non si muove più.


Quanto a Carlo Borromeo, poté completare il suo pellegrinaggio con meno fatica e più gratitudine. E Torino, nel frattempo, si ritrovò con un patrimonio spirituale e politico che nessun piano urbanistico avrebbe potuto garantire.


In fondo, è proprio questo il punto: mentre qualcuno camminava per fede e qualcun altro decideva per strategia, la città costruiva, passo dopo passo, la propria identità. Con quella tipica aria sabauda per cui anche i grandi colpi di scena sembrano semplicemente… una scelta di buon senso.


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Il bicerin: tre strati, come vuole la ricetta: uno sguardo lucido sull'attualità, una nota amara di realtà, un fondo caldo di umanità. Da leggere piano. Lo trovi al mattino su Torino.plus e anche su: Instagram e Facebook


Santa Veronica con l’omonimo velo, dipinto di Hans Memling (1435/40-1494)

 

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