Il Bicerin - Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
Ma che ne sanno la Gen Z e la Gen Alpha? Che ne sanno i Fridays for Future?
C’è stato un tempo — e chi ha qualche primavera in più lo ricorda bene — in cui il buco dell’ozono era la star indiscussa dell’ansia collettiva. Altro che notifiche push o reel su Instagram: negli anni ’80 e ’90 bastava accendere la televisione per sentirsi dire che sopra le nostre teste si stava aprendo una voragine invisibile, pronta a trasformarci in toast leggermente abbrustoliti.
E la cosa più inquietante è che la colpa era nostra.
Non di qualche oscuro complotto intergalattico, non di un cattivo da film con il monocolo: no, proprio nostra. Dei nostri deodoranti spray, delle bombolette, dei frigoriferi, dell’aria condizionata. Un’intera civiltà che, con grande eleganza e una certa inconsapevolezza, stava bucando il cielo come fosse una tovaglia della domenica.
E oggi? Oggi è il 16 settembre, giorno che l’ONU ha proclamato come Giornata internazionale per la preservazione dello strato di ozono. Una ricorrenza serissima, nobilissima, perfino virtuosa. Ma provate a chiederlo a un esponente della Generazione Z, o — Dio ci aiuti — a quelli della Beta: vi guarderanno come se aveste appena citato un floppy disk o il televideo.
“Il buco dell’ozono? È un filtro di TikTok?”
Eppure, cari lettori, non stiamo parlando di un mito sabaudo tipo il fantasma di Palazzo Madama. No, il buco dell’ozono era una questione tremendamente concreta. E, dettaglio non trascurabile, era anche uno dei pochi problemi globali in cui il dito accusatore non puntava lontano, ma verso lo specchio del bagno.
Poi, miracolo della scienza (e, sorprendentemente, anche della politica), arrivò il Protocollo di Montreal. Un accordo globale, firmato praticamente da tutti, che mise un freno ai famigerati CFC. E funzionò. Sì, funzionò davvero: lo strato di ozono iniziò lentamente a guarire.
Un fatto così raro che oggi pare quasi fantascienza: l’umanità che individua un problema, ammette — con una certa riluttanza — di esserne responsabile, ascolta gli scienziati e… lo risolve.
Naturalmente, nel frattempo, l’attenzione si è spostata altrove. Cambiamento climatico, intelligenza artificiale, metaverso, e via dicendo. Il povero ozono è finito un po’ come certi parenti alle feste: c’era, era importante, ma nessuno se lo fila più.
E così eccoci qui, a celebrare una giornata scientifica globale che ha il fascino discreto delle cose riuscite troppo bene. Perché diciamolo: se il problema fosse peggiorato, probabilmente oggi avremmo influencer specializzati in “outfit anti-UV apocalittico” e tutorial su come sopravvivere con SPF 3000.
Invece no. Silenzio. Il cielo sopra Torino resta lo stesso, apparentemente innocente, e le nuove generazioni scorrono il dito sullo schermo ignare del fatto che, qualche decennio fa, si temeva di finirci letteralmente sotto un colabrodo cosmico.
Morale sabauda: forse il vero problema dell’ozono è stato proprio risolversi.
E la vera lezione — dimenticata come un ombrello sul tram — è che, ogni tanto, sì: la colpa era nostra… ma anche la soluzione.
E quindi, oggi, 16 settembre, alziamo pure la tazzina (o il bicchiere, secondo l’umore) e brindiamo a lui, lo strato di ozono: discreto, invisibile e, a quanto pare, terribilmente poco social.
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