Chiude un negozio su otto in Piemonte: 10.000 hanno cessato attività negli ultimi 5 anni - Torino Plus – News, eventi e approfondimenti su Torino

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mercoledì 30 settembre 2026

Chiude un negozio su otto in Piemonte: 10.000 hanno cessato attività negli ultimi 5 anni


C’è un dato che dovrebbe far scattare un allarme immediato, politico e sociale, ma che continua a essere ignorato con una leggerezza quasi colpevole: in Piemonte è sparito un negozio su otto. Non è una crisi temporanea, non è una parentesi legata a un momento difficile. È una trasformazione profonda, strutturale, e per molti versi irreversibile. A denunciarlo chiaramente è Piemonte Impresa, che in un’analisi recente mette nero su bianco una realtà che chiunque può verificare semplicemente uscendo di casa: le città si stanno svuotando, pezzo dopo pezzo.


Non serve essere economisti per capirlo. Basta guardarsi attorno. Serrande abbassate, vetrine vuote, cartelli “affittasi” che restano appesi per mesi, a volte anni. Intere vie che una volta erano vive oggi sembrano sospese, spente, senza identità. E non stiamo parlando di attività marginali: stiamo parlando di bar, alimentari, negozi di abbigliamento, botteghe artigiane. Luoghi che non erano solo esercizi commerciali, ma presidi sociali, punti di riferimento, spazi di relazione. La loro scomparsa non è solo economica: è culturale, urbana, civile.


Eppure, nonostante l’evidenza, si continua a far finta di niente. La politica osserva, commenta, promette, ma non interviene davvero. Si parla di rilancio, di incentivi, di sostegno alle imprese, ma nel frattempo i negozi continuano a chiudere. Uno dopo l’altro. In silenzio.


Le cause sono note da anni, ma vengono trattate come se fossero inevitabili. La prima è l’esplosione dell’e-commerce. Comprare online è facile, veloce, spesso più economico. Ma dietro questa apparente comodità si nasconde una verità che nessuno vuole dire con chiarezza: ogni acquisto fatto su una piattaforma globale è un euro sottratto all’economia locale. È un cliente in meno per il negozio sotto casa. È un passo in più verso la chiusura. E mentre le grandi multinazionali accumulano profitti miliardari, il piccolo commerciante combatte per sopravvivere, senza strumenti, senza protezioni, senza una reale politica di riequilibrio.


Poi c’è il nodo dei costi, che è semplicemente fuori controllo. Affitti commerciali sempre più alti, spesso completamente scollegati dalla realtà economica. Bollette energetiche che negli ultimi anni hanno raggiunto livelli insostenibili. E una pressione fiscale che continua a colpire in modo uniforme realtà completamente diverse, come se un piccolo negozio di quartiere fosse paragonabile a un colosso internazionale. Il risultato è paradossale: chi tiene viva la città viene penalizzato, chi opera su scala globale viene di fatto avvantaggiato.


A questo si aggiunge la concorrenza delle grandi catene e dei centri commerciali, che giocano su un altro piano. Parcheggi, offerte aggressive, orari estesi, campagne pubblicitarie massive. Il piccolo negozio non può competere. Non ha le stesse risorse, non ha lo stesso potere contrattuale, non ha la stessa visibilità. E allora soccombe. Non perché non sia valido, ma perché il sistema è costruito per favorire chi è già grande.


Ma c’è un altro elemento che merita di essere detto con chiarezza: non tutti i settori soffrono allo stesso modo. In Piemonte a chiudere più velocemente sono proprio le attività tradizionali di prossimità. I piccoli negozi di abbigliamento indipendenti, messi in ginocchio dalla concorrenza delle grandi catene e dell’online. Gli alimentari di quartiere, schiacciati tra supermercati e discount sempre più aggressivi. I bar e le piccole attività della ristorazione, travolti dall’aumento dei costi energetici e delle materie prime. Le botteghe artigiane, che pagano l’assenza di ricambio generazionale e la difficoltà di sostenere costi fissi elevati. In altre parole, chiude ciò che tiene insieme il tessuto urbano, mentre resistono – o crescono – i grandi gruppi e le strutture organizzate.


Ma la verità più scomoda è un’altra, ed è quella che riguarda tutti noi. Negli ultimi anni è cambiato il modo in cui scegliamo dove comprare. Abbiamo interiorizzato l’idea che conti solo il prezzo. Il resto – la qualità del servizio, il rapporto umano, il valore sociale – è diventato secondario, se non irrilevante. È una scelta culturale, prima ancora che economica. E come tutte le scelte culturali, ha conseguenze profonde.


Il risultato è sotto gli occhi di tutti: città più vuote, quartieri meno sicuri, comunità più fragili. Perché dove chiudono i negozi, sparisce anche il presidio sociale. Spariscono le luci, spariscono le persone, sparisce la vita. E al loro posto arrivano degrado, abbandono, insicurezza.


La domanda, a questo punto, è inevitabile: si può fare qualcosa? La risposta è sì, ma bisogna smettere di raccontarsi favole. Servono interventi concreti, mirati, anche impopolari se necessario. Non è accettabile che un piccolo commerciante paghi lo stesso carico fiscale di una multinazionale dell’e-commerce. Non è sostenibile che gli affitti commerciali siano lasciati completamente alle dinamiche speculative. Non è più rinviabile un vero piano di digitalizzazione per le piccole attività, che oggi non possono permettersi di restare invisibili online.


Ma soprattutto serve una visione. Perché il commercio non è solo economia. È urbanistica, è sicurezza, è qualità della vita. Difendere i negozi significa difendere le città.


E poi c’è la responsabilità individuale, che nessuno può più ignorare. Ogni acquisto è una scelta. Ogni volta che si compra online invece che sotto casa si sta contribuendo, anche inconsapevolmente, a questo processo di desertificazione. Non si tratta di demonizzare il progresso, ma di capirne il costo reale.


Il Piemonte non è ancora un territorio morto dal punto di vista commerciale, ma la direzione è chiara. Continuare a ignorarla è un errore grave. Perché quando l’ultimo negozio chiude, non perdiamo solo un’attività economica. Perdiamo un pezzo di identità, di comunità, di vita.


E a quel punto, tornare indietro non sarà solo difficile. Sarà, molto probabilmente, impossibile.


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