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sabato 29 agosto 2026

TOGA E MARTELLO

Il Bicerin - Il buongiorno del mattino in chiave sabauda



C’era una volta un mondo semplice: gli operai votavano a sinistra, gli industriali a destra e tutti sapevano più o meno da che parte stare. Una specie di galateo politico: tuta blu uguale falce e martello, giacca e cravatta uguale mercato e profitto. Poi è successo qualcosa di terribilmente sconveniente. 


Questa volta è toccato a Bonaccini, che ha suggerito – con la grazia di un elefante in una cristalleria – che il voto di destra attecchirebbe tra chi ha meno istruzione. Traduzione percepita: “se voti così, hai studiato poco”. Apriti cielo.


Il problema è che la realtà, come spesso accade, è meno teatrale e più noiosa. I dati dicono che in Italia i laureati sono una minoranza: quindi, a rigor di logica, “i poco istruiti” votano un po’ tutti. Destra, sinistra, centro e pure chi non trova parcheggio. Non esattamente una rivelazione sconvolgente.


Ma gli operai – proprio loro, quelli che un tempo erano il cuore pulsante della sinistra – hanno preso un’altra strada. Non per distrazione, ma con una certa costanza: “gli operai hanno smesso di votare a sinistra”, come notano diverse letture sul tema. Una scortesia storica non da poco. 


Il paradosso è delizioso: mentre qualcuno spiega che chi vota a destra sarebbe “meno istruito”, proprio i lavoratori – un tempo simbolo della sinistra – sembrano preferire chi promette risposte più concrete alle loro ansie quotidiane. Non perché improvvisamente abbiano dimenticato come si legge, ma perché leggono bollette, buste paga e prospettive future. Il legame storico con la sinistra si è indebolito, anche perché percepita distante dai problemi concreti. La destra intercetta meglio queste preoccupazioni con messaggi diretti, identitari e promesse di protezione economica e sociale.


La sinistra sembra aver fatto un salto involutivo curioso: da partito dei lavoratori a partito delle cause woke


Il primo colpo lo ha inferto il Jobs Act, che ha incrinato la fiducia dei lavoratori nella sinistra perché ha ridotto tutele simboliche come l’articolo 18, aumentando la percezione di precarietà. Ha segnato uno spostamento verso politiche più favorevoli alle imprese e rotto il legame con i sindacati, facendo apparire la sinistra meno rappresentativa dei lavoratori.


La frattura si è poi allargata anche per un altro motivo: la sensazione che la sinistra si sia persa in dibattiti linguistici e simbolici, spesso infiniti, tra linguaggio inclusivo woke e categorie identitarie (ricordate lo schwa o i surreali  bagni per Batman, alieni, uomini, donne e sirene?)


Il rischio è sembrare più impegnati a decidere come chiamare le cose che a risolverle. E a chi guarda la busta paga, tutto questo suona un po’… secondario.


Come direbbe un anchorman con impeccabile aplomb, il problema non è che gli elettori siano cambiati: è che qualcuno ha smesso di ascoltarli.


E così eccoci qui: operai a destra, pseudo laureati a sinistra, e tutti convinti che il problema sia il livello culturale dell’altro. Quando forse è molto più banalmente – e molto meno comodamente – una questione di distacco dalla realtà.

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Il bicerin: tre strati, come vuole la ricetta: uno sguardo lucido sull'attualità, una nota amara di realtà, un fondo caldo di umanità. Da leggere piano. Lo trovi al mattino su Torino.plus e anche su: Instagram e Facebook





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