La crisi dell’acqua non è soltanto climatica: è il risultato di una politica che ha smesso di programmare.
di Giovanni Firera
Ci sono emergenze che sorprendono tutti, e altre che annunciano la propria presenza per anni, lasciando il tempo di programmare e intervenire. La crisi idrica del Piemonte appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Da tempo climatologi e istituzioni scientifiche descrivono un quadro sempre più preoccupante: precipitazioni irregolari, inverni con minore accumulo nevoso, estati da record. Non è più una previsione: è la realtà, e nelle ultime settimane si è fatta ancora più cruda.
I numeri di Arpa Piemonte
Il bollettino di fine luglio 2026 classifica quasi l’intero territorio piemontese in “siccità severa”: valori così negativi non si registravano dalla drammatica estate del 2022. Il Po, all’idrometro di Isola Sant’Antonio, ha segnato a inizio luglio una portata inferiore del 75% rispetto alla media storica, salita al 79% a fine mese. Le riserve del Lago Maggiore risultano quasi azzerate.
Le precipitazioni di giugno sul bacino del Po sono state di circa 62 millimetri, con un deficit del 36%; nella prima decade di luglio il deficit di pioggia ha sfiorato il 50%. Anche aprile e maggio avevano fatto segnare scarti negativi fra il 40% e il 56%. A peggiorare il quadro, un giugno fra i più caldi della serie storica (+3,5°C) e un luglio che è stato il secondo più caldo mai registrato, con evapotraspirazione accentuata dalla scarsità di neve residua.
Le criticità più gravi riguardano i bacini di Tanaro, Scrivia e Po a monte della Dora Baltea, mentre il Sesia a Palestro ha registrato portate inferiori alla norma fino al 67%. La Regione ha dichiarato lo stato di emergenza per la crisi idrica e per gli incendi boschivi che stanno distruggendo ampie porzioni di boschi.
Di fronte a numeri così eloquenti, la risposta della politica resta debole. Ogni estate lo stesso copione: tavoli di crisi, stati di emergenza, richieste di risorse straordinarie. Poi arrivano le piogge autunnali e tutto torna nel cassetto delle priorità dimenticate.
È l’incapacità di programmare, una delle fragilità più gravi della politica contemporanea. Governare significa preparare il futuro, non solo amministrare il presente. La siccità non è più un evento eccezionale: gli studi sul cambiamento climatico lo dicono da anni, il Mediterraneo sarà tra le aree europee più esposte alla scarsità d’acqua. I dati di quest’estate, pari o superiori a quelli del 2022, lo confermano.
Il Piemonte, con un’economia legata ad agricoltura, industria ed energia, avrebbe dovuto trasformare questa consapevolezza in strategia regionale. Non è accaduto. Si continua a rincorrere le emergenze invece di costruire una politica dell’acqua che guardi ai prossimi vent’anni. Quanta acqua siamo in grado di accumulare? Quanto perdiamo per le dispersioni delle reti? Quanto è stato investito in dieci anni per la resilienza del sistema idrico? Sono domande che dovrebbero aprire ogni seduta del Consiglio regionale, e che invece restano confinate nelle relazioni tecniche.
Anche l’opposizione ha una responsabilità: non solo contestare, ma trasformare le grandi questioni in priorità del dibattito pubblico. L’acqua non ha colore ideologico: riguarda cittadini, imprese, agricoltori, famiglie e nuove generazioni. Eppure il confronto politico si consuma troppo spesso su polemiche quotidiane, lasciando sullo sfondo sicurezza idrica e pianificazione ambientale.
È una rinuncia che il Piemonte non può più permettersi. Senza acqua non esistono agricoltura, sviluppo industriale, sicurezza alimentare, qualità della vita. L’acqua è la prima infrastruttura strategica di una regione, più di una strada o di un’opera pubblica.
Serve una svolta culturale prima ancora che amministrativa: manutenzione degli invasi esistenti, nuovi bacini dove sostenibili, riduzione delle perdite di rete, riutilizzo delle acque reflue depurate, innovazione dei sistemi irrigui, gestione integrata del ciclo dell’acqua. Ma soprattutto occorre recuperare una parola scomparsa dal lessico istituzionale: programmazione.
Programmare significa assumersi responsabilità che daranno risultati tra dieci o vent’anni: meno spettacolare di un’inaugurazione, meno titoli, meno visibilità — ma è l’unico modo per meritare davvero il nome di classe dirigente. La storia giudica anche ciò che si sarebbe potuto fare e non si è avuto il coraggio di realizzare. Gli invasi oggi possono essere vuoti. La speranza dei cittadini no. Ma perché ciò accada occorre riempire ciò che manca più dell’acqua stessa: le idee, la visione, il senso di responsabilità verso il futuro del Piemonte.
1. Qual è la reale capacità di accumulo degli invasi piemontesi rispetto al fabbisogno dei prossimi vent’anni?
2. Quali investimenti certi sono programmati per ridurre le perdite delle reti acquedottistiche?
3. Esiste un piano regionale di adattamento idrico aggiornato ai dati Arpa più recenti, ed è pubblico?
4. Quali fondi PNRR ed europei sono stati destinati a nuovi bacini o al riutilizzo delle acque reflue?
5. La Giunta è disponibile a presentare al Consiglio, ogni anno, una relazione pubblica sulla sicurezza idrica del Piemonte, con dati e verifica dei risultati?
Le precipitazioni di giugno sul bacino del Po sono state di circa 62 millimetri, con un deficit del 36%; nella prima decade di luglio il deficit di pioggia ha sfiorato il 50%. Anche aprile e maggio avevano fatto segnare scarti negativi fra il 40% e il 56%. A peggiorare il quadro, un giugno fra i più caldi della serie storica (+3,5°C) e un luglio che è stato il secondo più caldo mai registrato, con evapotraspirazione accentuata dalla scarsità di neve residua.
Le criticità più gravi riguardano i bacini di Tanaro, Scrivia e Po a monte della Dora Baltea, mentre il Sesia a Palestro ha registrato portate inferiori alla norma fino al 67%. La Regione ha dichiarato lo stato di emergenza per la crisi idrica e per gli incendi boschivi che stanno distruggendo ampie porzioni di boschi.
Una politica incapace di programmare
Di fronte a numeri così eloquenti, la risposta della politica resta debole. Ogni estate lo stesso copione: tavoli di crisi, stati di emergenza, richieste di risorse straordinarie. Poi arrivano le piogge autunnali e tutto torna nel cassetto delle priorità dimenticate.
È l’incapacità di programmare, una delle fragilità più gravi della politica contemporanea. Governare significa preparare il futuro, non solo amministrare il presente. La siccità non è più un evento eccezionale: gli studi sul cambiamento climatico lo dicono da anni, il Mediterraneo sarà tra le aree europee più esposte alla scarsità d’acqua. I dati di quest’estate, pari o superiori a quelli del 2022, lo confermano.
Il Piemonte, con un’economia legata ad agricoltura, industria ed energia, avrebbe dovuto trasformare questa consapevolezza in strategia regionale. Non è accaduto. Si continua a rincorrere le emergenze invece di costruire una politica dell’acqua che guardi ai prossimi vent’anni. Quanta acqua siamo in grado di accumulare? Quanto perdiamo per le dispersioni delle reti? Quanto è stato investito in dieci anni per la resilienza del sistema idrico? Sono domande che dovrebbero aprire ogni seduta del Consiglio regionale, e che invece restano confinate nelle relazioni tecniche.
Anche l’opposizione ha una responsabilità: non solo contestare, ma trasformare le grandi questioni in priorità del dibattito pubblico. L’acqua non ha colore ideologico: riguarda cittadini, imprese, agricoltori, famiglie e nuove generazioni. Eppure il confronto politico si consuma troppo spesso su polemiche quotidiane, lasciando sullo sfondo sicurezza idrica e pianificazione ambientale.
È una rinuncia che il Piemonte non può più permettersi. Senza acqua non esistono agricoltura, sviluppo industriale, sicurezza alimentare, qualità della vita. L’acqua è la prima infrastruttura strategica di una regione, più di una strada o di un’opera pubblica.
Serve una svolta culturale prima ancora che amministrativa: manutenzione degli invasi esistenti, nuovi bacini dove sostenibili, riduzione delle perdite di rete, riutilizzo delle acque reflue depurate, innovazione dei sistemi irrigui, gestione integrata del ciclo dell’acqua. Ma soprattutto occorre recuperare una parola scomparsa dal lessico istituzionale: programmazione.
Programmare significa assumersi responsabilità che daranno risultati tra dieci o vent’anni: meno spettacolare di un’inaugurazione, meno titoli, meno visibilità — ma è l’unico modo per meritare davvero il nome di classe dirigente. La storia giudica anche ciò che si sarebbe potuto fare e non si è avuto il coraggio di realizzare. Gli invasi oggi possono essere vuoti. La speranza dei cittadini no. Ma perché ciò accada occorre riempire ciò che manca più dell’acqua stessa: le idee, la visione, il senso di responsabilità verso il futuro del Piemonte.
Cinque domande che la Regione Piemonte non può più rinviare
1. Qual è la reale capacità di accumulo degli invasi piemontesi rispetto al fabbisogno dei prossimi vent’anni?
2. Quali investimenti certi sono programmati per ridurre le perdite delle reti acquedottistiche?
3. Esiste un piano regionale di adattamento idrico aggiornato ai dati Arpa più recenti, ed è pubblico?
4. Quali fondi PNRR ed europei sono stati destinati a nuovi bacini o al riutilizzo delle acque reflue?
5. La Giunta è disponibile a presentare al Consiglio, ogni anno, una relazione pubblica sulla sicurezza idrica del Piemonte, con dati e verifica dei risultati?