A cura di Giovanni Firera
C'è un modo, quasi rituale, con cui i grandi campioni misurano la propria crescita: affrontando, nello stesso torneo, chi rappresenta la storia e chi incarna il presente. A Wimbledon, Jannik Sinner lo ha fatto in settantadue ore, e lo ha fatto da fuoriclasse compiuto. In semifinale ha spazzato via Novak Djokovic, il sette volte campione, l'uomo che a trentanove anni inseguiva ancora il record assoluto di titoli Slam: 6-4, 6-4, 6-4, un punteggio che dice poco della sensazione di dominio totale lasciata in campo. In finale ha piegato Alexander Zverev, reduce dal trionfo al Roland Garros e desideroso di completare un'impresa che nessuno riusciva a compiere dal 1968: vincere due Slam consecutivi al debutto assoluto in ciascuno. Due partite capolavoro, due avversari di livello opposto e complementare: il passato e il presente del tennis mondiale, entrambi transitati sotto lo stesso rullo.
Il dato più interessante, però, non è nel punteggio ma nella postura mentale. Contro Djokovic, Sinner ha giocato senza reverenza, imponendo un ritmo che ha tolto ogni possibilità di appello a un fuoriclasse che, fino a poche settimane prima, sembrava ancora capace di miracoli. Contro Zverev ha invece attraversato un vero territorio di sofferenza: primo set perso, un 0-30 delicato in apertura di secondo parziale, e la capacità — che è poi la cifra dei campioni maturi — di restare dentro il punto, di accettare la difficoltà senza subirla. "Sapevo che il risultato sarebbe dipeso da piccoli dettagli", ha raccontato lo stesso Sinner. Ed è in quei dettagli, letti meglio quando il sole si è abbassato sul Centre Court, che si è consumata la nona vittoria consecutiva su Zverev e il quinto titolo Slam in carriera per l'altoatesino, ventiquattro anni compiuti da poco.
Colpisce, a bordo campo, la parabola umana oltre che sportiva. Cahill e Vagnozzi lo descrivono ormai come un uomo che ha smesso di pensare soltanto al tennis, capace di reggere la pressione senza esserne divorato. È la stessa maturità che gli ha permesso di archiviare in fretta la delusione di Parigi — l'uscita precoce al Roland Garros — e ripartire più solido di prima. Una crescita continua, non lineare, fatta di cadute e reazioni, ma con una direzione chiarissima.
E ora la domanda che agita gli appassionati: chi sarà il prossimo vero rivale di Sinner? Il nome più naturale resta Carlos Alcaraz, fermo per un infortunio al polso ma separato da Sinner da appena due Slam nel computo totale: la rivalità dei due fuoriclasse più giovani del circuito tornerà ad accendersi, probabilmente già sul cemento americano.
Ma il tennis maschile accelera il proprio ricambio generazionale, e alle spalle dei primi due si affacciano interpreti nuovi: il fisico e l'attacco del giovane belga Alexander Blockx, già capace di una semifinale in un Masters 1000, oppure la nuova ondata spagnola che prova a colmare il vuoto lasciato da Nadal. Nessuno di questi nomi, oggi, ha però la caratura per impensierire davvero il numero uno del mondo. Il vero avversario di Sinner, nei prossimi mesi, resta lui stesso: la capacità di reggere un calendario logorante restando quell'uomo capace, come ha detto a Wimbledon, di stare "in pace" anche nel pieno della battaglia. Perché, a vederlo alzare la coppa più prestigiosa del tennis per la seconda volta consecutiva, la sensazione è che la sua storia sia appena agli inizi.