Lo psicoterapeuta Edoardo Ciofi: «Dobbiamo riscoprire il diritto di fermarci e di non eccellere a ogni costo»
A cura di Giovanni Firera
Lo studio dello psicologo, un tempo varcato quasi in silenzio, è diventato oggi un appuntamento che si racconta con naturalezza: se ne parla a cena, sui social, nei podcast, e "il mio terapeuta dice" è ormai un'espressione comune quanto "il mio medico dice". È un fenomeno arrivato in larga parte dall'America, dove la psicoterapia individuale e il linguaggio del self-help applicato a ogni sfera dell'esistenza sono da decenni parte del senso comune, e che l'Italia ha importato con un certo ritardo ma con crescente intensità. Dietro questa diffusione non c'è soltanto una moda culturale, ma un'epoca che ha moltiplicato le proprie insicurezze — iperconnessione, confronto permanente sui social, precarietà, strascichi della pandemia, paura dell'intelligenza artificiale — a cui lo psicologo ha finito per offrire una delle poche sponde disponibili. A raccontare questo cambiamento, e insieme a metterne in guardia gli eccessi, è Edoardo Ciofi, psicoterapeuta e psicologo dello sport, da oltre dieci anni impegnato professionalmente a Torino e attualmente consigliere dell'Ordine degli Psicologi del Piemonte.
Secondo Ciofi, rispetto a dieci anni fa si è rafforzata in maniera significativa la cultura della prestazione. Non è più sufficiente svolgere bene il proprio compito: occorre distinguersi, superare gli altri, dimostrare continuamente il proprio valore.
«Ci sono persone che si trovano bene nella competizione e nella ricerca del risultato — spiega — ma molte altre desiderano semplicemente condurre una vita tranquilla, senza dover correre e rincorrere continuamente qualcosa. Il problema è che la società sembra non accettare più questa possibilità».
Nasce così una frattura tra ciò che una persona è realmente e ciò che l'ambiente pretende che sia, da cui derivano spesso insoddisfazione, senso di inadeguatezza e disturbi legati allo stress: è anche per colmare questa frattura, osserva Ciofi, che sempre più persone bussano alla porta di uno studio.
Quando ci sentiamo sopraffatti, tendiamo ad attribuire ogni responsabilità al lavoro. In realtà, osserva lo psicoterapeuta, lo stress è quasi sempre il risultato di un accumulo: agli impegni professionali si aggiungono la gestione dei figli, le attività sportive, le incombenze domestiche, i rapporti di coppia, l'assistenza ai genitori anziani. Ogni singola difficoltà può apparire sopportabile, ma la loro somma finisce per gravare pesantemente sulla persona.
Il primo passo consiste nel fermarsi e osservare la propria vita nel suo insieme. Anche il ruolo dello psicoterapeuta viene spesso frainteso: non si tratta di dispensare consigli o soluzioni immediate, ma di aiutare la persona a leggere con maggiore chiarezza la propria condizione, quasi scattando una fotografia della realtà.
«Non possiamo sempre cambiare l'ambiente in cui viviamo — precisa Ciofi — ma possiamo sviluppare risorse interne che ci consentano di affrontarlo meglio».
Uno dei luoghi nei quali questa trasformazione risulta più evidente è il mondo del lavoro. Il confine tra tempo professionale e vita privata si è progressivamente indebolito: il telefono aziendale diventa anche personale, le e-mail arrivano a qualsiasi ora, i messaggi continuano nel fine settimana. Persino quando si decide di non rispondere, la mente ha già letto la comunicazione e ha ricominciato a lavorare. «Oggi il dipendente sembra dover essere lavoratore ventiquattr'ore su ventiquattro. Se una persona termina il proprio lavoro alle diciotto, rischia persino di essere considerata poco disponibile. Viene così meno quello stacco necessario che dovrebbe proteggere la vita privata». A questa disponibilità permanente si aggiungono le pressioni per risultati sempre più elevati e un'organizzazione del lavoro che attribuisce responsabilità non sempre accompagnate da un'effettiva autonomia.
La cultura della prestazione non riguarda solo gli adulti: coinvolge ormai bambini e adolescenti, le cui giornate — tra scuola, calcio, tennis, musica, inglese — sono organizzate quasi senza interruzioni. «I ragazzi non hanno più il tempo di annoiarsi», osserva Ciofi. Eppure la noia non è necessariamente negativa: può diventare uno spazio di libertà, creatività e conoscenza di sé. Quando la vita è interamente organizzata dagli adulti, il giovane impara presto che ogni momento deve produrre un risultato — e anche lo sport rischia di trasformarsi in un ulteriore terreno di competizione.
Come psicologo dello sport, Ciofi lavora soprattutto nel calcio, ma segue anche atleti di tennis, nuoto, pallavolo e altre discipline. Il suo intervento si sviluppa su due livelli: la prestazione dell'atleta che aspira al professionismo, e — soprattutto nei settori giovanili — il benessere psicologico, che coinvolge non solo i ragazzi ma anche allenatori e genitori. Talvolta i genitori, pur animati dalle migliori intenzioni, trasformano una partita in un esame continuo: commentano ogni scelta, correggono il figlio, alimentano aspettative eccessive. «Il punto non è sapere se quel ragazzo diventerà un campione o se fra tre anni cambierà disciplina. Il punto è che, mentre pratica sport, possa stare bene».
Tra le fasce sociali che continuano a risentire maggiormente delle conseguenze psicologiche della pandemia vi sono gli adolescenti. Secondo Ciofi si osserva, in alcuni casi, una sorta di adolescenza prolungata: giovani di diciannove o vent'anni manifestano ancora difficoltà riconducibili a fasi precedenti dello sviluppo, non per immaturità, ma perché gli anni in cui avrebbero dovuto sperimentare autonomia e relazioni sono stati attraversati in condizioni eccezionali. Una nuova fonte di inquietudine, trasversale a tutte le età, è l'intelligenza artificiale: molti lavoratori temono di essere progressivamente sostituiti dalle tecnologie, e questa paura alimenta ulteriormente la logica della prestazione, spingendo a produrre di più e a dimostrarsi indispensabili. Anche in questo caso, sottolinea lo psicoterapeuta, è necessario distinguere tra responsabilità reali e paure alimentate dal contesto.
Il diritto di essere "mediocri"
Il primo suggerimento di Ciofi per chi non se la sente di rivolgersi a uno psicologo è apparentemente semplice: fermarsi, scrivere su un foglio chi siamo, che cosa ci piace, che cosa ci pesa. Guardare la propria vita quasi dall'alto, come un film, per scoprire che non tutto è immutabile. Ciofi è anche autore, con altri colleghi, di due libri di psicologia dello sport (Nella stanza del mental coach e Prima del fischio d'inizio) e sta lavorando a un nuovo progetto dal titolo provocatorio, dedicato all'"elogio della mediocrità": non mancanza di impegno, ma libertà dalla necessità di eccellere sempre e in ogni campo. Si può essere buoni lavoratori senza sacrificare l'intera esistenza alla carriera, genitori presenti senza pretendere di essere perfetti, praticare uno sport senza diventare campioni.
Il messaggio è semplice e, proprio per questo, controcorrente: il valore di una persona non coincide con i risultati che raggiunge. In una società che invita continuamente a correre, forse il gesto più coraggioso è proprio fermarsi — e riconoscere che una vita normale, serena e autentica non è una sconfitta, ma una delle forme più concrete di successo.