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mercoledì 15 luglio 2026

Chi rappresentano davvero i parlamentari?

A cura di Giovanni Firera


C'è una domanda che la politica italiana evita con cura chirurgica: i parlamentari rispondono ancora ai cittadini, o solo alle segreterie dei partiti?





La risposta è sotto gli occhi di tutti, eppure nessuno ha il coraggio di pronunciarla ad alta voce.
Da anni gli italiani votano un simbolo, non le persone che siederanno in Parlamento a loro nome. Non è un dettaglio tecnico: è la crepa da cui è colato via il legame tra elettori e rappresentanti. Le liste bloccate non sono un'imperfezione del sistema. Sono, semmai, la sua vera architettura — costruita apposta per funzionare così.


La democrazia si regge sulla responsabilità: chi riceve un voto dovrebbe risponderne a chi glielo ha dato. Ma il meccanismo, oggi, si è capovolto. Il parlamentare non ha più bisogno di convincere gli elettori. Deve convincere chi scriverà la lista alla prossima tornata. Non teme di perdere il consenso della gente: teme di perdere la fiducia della segreteria. È una differenza enorme, e non è casuale.
Quando il futuro politico dipende dal capo del partito più che dagli elettori, adeguarsi diventa la scelta più razionale. Si vota quello che decide il vertice, non si disturbano gli equilibri interni, si smette di rappresentare davvero un territorio. Non serve nessun ordine esplicito: basta sapere da chi dipende la propria ricandidatura per capire come comportarsi.


Ed è qui il punto: le liste bloccate trasformano il parlamentare in un nominato travestito da eletto. Non è una questione tecnica. È una scelta di potere, mascherata da questione tecnica.
Colpisce, in questo quadro, l'entusiasmo con cui certe forze politiche difendono un sistema che sottrae ai cittadini il diritto di scegliere chi li rappresenta. Colpisce soprattutto la sinistra, che rivendicava un tempo il primato della partecipazione popolare — piazze, fabbriche, quartieri, sezioni — e oggi accetta senza troppo imbarazzo un sistema che concentra tutto nelle mani di pochi. Cosa resta di quella cultura politica? Ma sarebbe ingeneroso fermarsi lì: anche altri partiti, da Forza Italia alla Lega, trovano quel sistema estremamente comodo, perché consente di blindare dall'alto la composizione del gruppo parlamentare.
È legittimo chiedere coerenza. È molto meno legittimo pretendere obbedienza. Una democrazia ha bisogno di parlamentari capaci di autonomia, di leggere il proprio territorio, di dire no quando serve. Chi ha un forte consenso popolare è più libero — ed è forse proprio questa libertà che qualcuno, in alto, preferisce non concedere. Un parlamentare che deve tutto ai cittadini può permettersi di dissentire. Uno che deve tutto alla segreteria, difficilmente lo farà.


Le liste bloccate non selezionano i migliori. Selezionano i più affidabili verso il vertice: un criterio profondamente diverso, e profondamente comodo per chi sta al vertice. Poi ci si stupisce che cresca l'astensionismo, come se fosse un mistero. Milioni di italiani non votano più perché hanno capito, prima ancora che gli venisse spiegato, che i nomi sono già decisi altrove, in stanze dove loro non entrano.
E qui arriva la domanda che nessuno vuole porre davvero: i parlamentari che hanno bocciato il ritorno al voto di preferenza, da chi sono stati scelti? Dal popolo, o dalla segreteria? La risposta è ovvia. Ed è forse proprio la ragione per cui questa riforma, tanto invocata a parole, non arriva mai nei fatti. C'è da chiedersi, a questo punto, se l'intero dibattito sulla riforma elettorale non sia diventato un rituale vuoto — una recita che tutti i partiti mettono in scena a turno, scaricandosi a vicenda la colpa del mancato cambiamento, proprio perché a nessuno di loro conviene davvero cambiare qualcosa. Troppo comodo litigare in pubblico su una riforma che, in privato, nessuno vuole fare. Perché è il sistema attuale, e non la sua correzione, a garantire a chi siede in Parlamento la rendita più preziosa che esista in politica: non dover mai davvero rispondere agli elettori.


Le liste bloccate hanno prodotto una classe politica sempre più fedele ai vertici e sempre più lontana dai cittadini. Hanno reso il Parlamento un luogo dove il consenso popolare pesa meno della posizione in una lista. Hanno alimentato quella distanza tra cittadini e istituzioni che tutti dicono di voler colmare, ma che in pochi hanno davvero interesse a colmare — perché quella distanza, per chi comanda, non è un problema. È una garanzia.


Forse è il momento di dirlo senza troppi giri di parole: non basterà aspettare che la casta si riformi da sola. Se il cambiamento non arriva dall'alto è perché dall'alto nessuno lo vuole. Restituire ai cittadini il diritto di scegliere chi li rappresenta non sarà mai una concessione: sarà, se mai arriverà, una conquista strappata. Il Parlamento non appartiene ai partiti. Appartiene al popolo. E un popolo che continua a scegliere solo simboli, mai persone, prima o poi dovrebbe chiedersi se non sia il caso di ribellarsi a questo stato di cose — prima che la propria democrazia, lentamente, smetta del tutto di appartenergli.


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