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lunedì 6 luglio 2026

Centoquarantacinque anni di bugie

Il Bicerin di Claudio Pasqua
- Il buongiorno del mattino in chiave sabauda




Il 7 luglio 1881 un pezzo di legno comincia a raccontare bugie su un giornale per bambini, e da allora non ha più smesso. Centoquarantacinque anni dopo, mi tocca ammettere pubblicamente quello che finora confessavo solo al bar: Pinocchio non mi è mai piaciuto. E siccome la buona educazione sabauda impone di argomentare prima di infierire, cominciamo dai fatti.


Collodi, al secolo Carlo Lorenzini, toscano di nascita e cronista per necessità, pubblicò i primi otto episodi come supplemento del "Fanfulla", diretto da un certo Ferdinando Martini che probabilmente non immaginava di aver messo in cantiere il romanzo italiano più tradotto al mondo: oltre 240 lingue.


L'edizione in volume arrivò solo nel 1883, con le illustrazioni di Enrico Mazzanti, e fu Benedetto Croce a sentenziare che in quel legno fosse intagliata l'umanità intera. Il che, detto da un filosofo napoletano su un burattino toscano, suona già come la prima vera bugia del libro.


Ora, Collodi stesso, e qui viene il bello, non lasciava dubbi sulle sue intenzioni. Il burattino nasce impulsivo, egoista, incapace di distinguere il bene dal male: diventare un bambino vero significa conquistare disciplina, lavoro, studio, senso del dovere. Il Gatto e la Volpe sono la tentazione delle scorciatoie, il Paese dei Balocchi l'illusione di una vita senza fatica, Geppetto l'amore paziente che aspetta di essere riconosciuto. È un programma pedagogico coerente, quasi commovente nella sua fiducia ottocentesca che la sofferenza formi il carattere.


Ed è esattamente qui che io e Collodi ci separiamo, con reciproca cortesia ma definitivamente. Perché se l'intenzione era insegnare la responsabilità attraverso l'errore, il metodo scelto, impiccagione, incendio, trasformazione in somaro, ingoiamento da parte di un pescecane che la tradizione popolare ha pure promosso a balena, mi è sempre sembrato più vicino a un trattato di dissuasione che a un romanzo di formazione. Il Grillo Parlante, che aveva ragione fin dalla prima pagina, viene schiacciato nel secondo capitolo: se questa è la libertà con responsabilità di cui parlava Collodi, resta da capire chi debba essere responsabile di aver lasciato un martello a portata di burattino.


C'è poi la critica sociale che Collodi infilava sotto la fiaba, la povertà, la mancanza di istruzione, le scorciatoie come unica economia possibile per chi non ha nulla, e che da adulto riconosco e apprezzo. Ma da bambino, quella Toscana ottocentesca travestita da bosco incantato non la percepivo: percepivo solo un naso che cresceva come una sentenza, e un burattino che doveva quasi morire per meritarsi di vivere. 


Resta il fatto che Pinocchio è sopravvissuto a tutto, traduzioni, Disney, sequel, un naso diventato metonimia planetaria per la menzogna, mentre chi in questa storia diceva sempre la verità è ricordato solo come vittima in seconda pagina. Se un'utilità a questo anniversario si può trovare, è proprio questa: Collodi voleva insegnarci il valore della verità e della responsabilità, e c'è riuscito così bene che il personaggio più onesto del libro lo abbiamo dimenticato tutti.



Il bicerin: tre strati, come vuole la ricetta: uno sguardo lucido sull'attualità, una nota amara di realtà, un fondo caldo di umanità. Da leggere piano. Lo trovi ogni mattina prima delle 7:00 e si può seguire anche su: Instagram e Facebook






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