In Piemonte sono scomparse oltre 6.500 imprese dal 2019 al 2025, con quasi 11.000 posti di lavoro persi secondo una ricerca condotta da Piemonte Impresa
Un’altra azienda che chiude. Un’altra saracinesca che si abbassa. E, soprattutto, un’altra ferita aperta nel tessuto economico del Piemonte.
Non si tratta solo di casi isolati. Nel 2026 ha fatto discutere la chiusura delle sedi Konecta in Piemonte, tra Ivrea e Asti, con circa 180 esuberi e decine di lavoratori coinvolti anche a Torino. Una decisione che ha lasciato sul territorio un segno pesante, tra licenziamenti e trasferimenti forzati. L’ennesima dimostrazione di come le grandi aziende possano ridimensionarsi rapidamente, scaricando il costo sociale sui lavoratori.
Non è più una notizia isolata: è una tendenza. Lo riporta una recente ricerca di Piemonte Impresa, che ha analizzato il territorio del Piemonte per fare un censimento delle aziende che hanno chiuso i battenti. Negli ultimi anni - riporta lo studio - il territorio torinese e piemontese sta vivendo una lenta ma costante erosione del suo sistema produttivo. E ogni volta la domanda è sempre la stessa: quanti posti di lavoro andranno persi questa volta?
Un copione già visto
La storia si ripete. Prima arrivano i segnali: calo degli ordini, difficoltà finanziarie, cassa integrazione. Poi la fase più dura: ridimensionamento, esuberi, fino alla chiusura definitiva.
Non è una novità. Il Piemonte ha già pagato un prezzo altissimo alla deindustrializzazione. Interi comparti sono stati smantellati o ridimensionati negli ultimi decenni, con aziende storiche finite in crisi o scomparse.
E i numeri del passato fanno capire cosa significa davvero: basti pensare a casi come quello delle Officine Cerutti, dove la chiusura di uno stabilimento ha portato alla perdita di circa 160 posti di lavoro.
O alle grandi crisi industriali del settore elettronico, con migliaia di lavoratori coinvolti tra riduzioni e fallimenti aziendali.
Il lavoro che sparisce
Ogni azienda che chiude non è solo un problema economico. È una questione sociale.
Dietro quei numeri ci sono famiglie, mutui, figli da mantenere. C’è un intero ecosistema che crolla: fornitori, artigiani, piccole imprese legate a quella realtà produttiva.
Il rischio non è solo perdere qualche decina o centinaia di posti. Il rischio è un effetto domino che può coinvolgere un intero territorio.
Torino e il declino industriale
Torino, da sempre cuore industriale d’Italia, sta pagando il prezzo più alto. La città ha già attraversato una lunga fase di crisi e riconversione, passando dalla grande industria alla terziarizzazione.
Ma questa trasformazione non è mai stata indolore. Interi quartieri sono stati segnati dalla perdita del lavoro industriale, e ancora oggi si vedono le conseguenze.
E mentre si parla di innovazione, startup e digitale, la realtà è che molte aziende tradizionali continuano a chiudere.
Politica e responsabilità
La domanda scomoda è inevitabile: chi paga davvero questa crisi?
Per anni si è parlato di globalizzazione come opportunità. Ma per molte aziende piemontesi si è tradotta in delocalizzazione, concorrenza al ribasso e perdita di competitività.
Le istituzioni promettono piani di rilancio, incentivi, sostegno alle imprese. Ma sul territorio la percezione è diversa: troppe promesse, pochi risultati concreti.
Un territorio che rischia di svuotarsi
Se questo trend continuerà, il rischio è chiaro: un progressivo impoverimento del Piemonte.
Meno lavoro significa meno consumi, meno investimenti, meno futuro. E i giovani? Sempre più spesso costretti ad andare via.
Quanti posti di lavoro sono a rischio?
È la domanda che resta senza risposta. Perché ogni crisi aziendale è diversa, ma il risultato è sempre lo stesso: incertezza.
Oggi sono decine, domani centinaia. E nel tempo diventano migliaia.
La verità è che non si tratta più di singole aziende che chiudono. È un sistema che scricchiola.
E finché non si affronterà davvero il problema, la notizia sarà sempre la stessa:
un’altra azienda chiude.
E altri lavoratori restano senza futuro.