Quando un territorio ospita grandi data center, la domanda di elettricità può crescere così rapidamente da mettere sotto pressione la rete e contribuire all'aumento dei prezzi dell'energia per l'intera popolazione. Come accaduto in Virginia Maryland, Georgia (Stati Uniti) e Irlanda
Un gigantesco centro dati nell'ex stabilimento Ilte promette di trasformare un'area industriale abbandonata in un polo tecnologico. Ma consumi elettrici, rumore, recupero del calore e posti di lavoro sollevano interrogativi importanti. Ecco i vantaggi e, soprattutto, le criticità del progetto.
Data center a Moncalieri: miliardi di investimenti, ma chi pagherà il prezzo dello sviluppo digitale?
A Moncalieri, alle porte di Torino, si discute di un progetto destinato a far parlare a lungo: la realizzazione di uno dei più grandi data center d'Italia nell'area dell'ex Ilte, lo stabilimento industriale dove per decenni venivano stampati anche gli elenchi telefonici e le Pagine Gialle.
La questione è stata approfondita da Open nell'articolo del 5 ottobre 2026, intitolato «Dalle Pagine Gialle ai server: a Moncalieri arriva il data center che consumerà più elettricità di tutte le famiglie piemontesi messe insieme». L'inchiesta evidenzia le dimensioni dell'intervento e le preoccupazioni espresse dai comitati locali.
Ma che cos'è, concretamente, un data center? Perché queste strutture sono diventate così importanti con la diffusione dell'intelligenza artificiale? E soprattutto: un investimento da miliardi di euro rappresenta necessariamente un vantaggio per il territorio che lo ospita?
La risposta non è scontata. Il progetto può offrire opportunità economiche e contribuire alla modernizzazione di un'area dismessa. Tuttavia, le dimensioni dell'impianto rendono indispensabile valutare con attenzione costi ambientali, benefici occupazionali e ricadute reali sulla comunità.
Che cosa si vuole costruire nell'ex area Ilte?
Il progetto presentato dalla società Moncalieri Logistics, riconducibile al gruppo immobiliare LCP, prevede un campus tecnologico su circa 270.000 metri quadrati, con quattro nuovi edifici alti 17 metri e un investimento dichiarato di circa 4,5 miliardi di euro.
L'area è dismessa da anni. Nel 2022 era stata acquistata per circa 9 milioni di euro e, dopo una prima ipotesi di destinazione logistica, è stata proposta per ospitare infrastrutture informatiche.
Un data center è, in parole semplici, un grande edificio pieno di server: computer che conservano dati, elaborano informazioni e permettono il funzionamento di servizi digitali. Quando utilizziamo piattaforme online, archiviamo fotografie nel cloud, guardiamo video in streaming o interroghiamo sistemi di intelligenza artificiale, spesso stiamo utilizzando la capacità di calcolo di strutture di questo tipo.
La loro importanza è cresciuta rapidamente. L'intelligenza artificiale generativa richiede infatti enormi quantità di elaborazione, sia durante l'addestramento dei modelli sia quando questi vengono utilizzati da milioni di persone.
Il problema è che i server consumano molta elettricità e producono calore. Devono quindi essere alimentati e raffreddati continuamente, con impianti tecnologici di grandi dimensioni.
Secondo i dati riportati da Open, il progetto di Moncalieri prevede una potenza elettrica complessiva di 576 megawatt. Una dimensione eccezionale, che rende necessario chiedersi non soltanto quanto costerà costruirlo, ma anche quali risorse richiederà ogni giorno per funzionare.
Data center a Moncalieri: i vantaggi del progetto
Prima di esaminare le criticità, è corretto riconoscere che un data center non è, di per sé, un'opera inutile o dannosa. Le infrastrutture digitali sono ormai essenziali per l'economia contemporanea.
1. Un investimento da 4,5 miliardi di euro
Un intervento di queste dimensioni può attivare imprese edili, fornitori di impianti elettrici, tecnici specializzati e aziende che si occupano di sicurezza, manutenzione e servizi informatici. Durante la costruzione, la filiera potrebbe beneficiare di commesse importanti.
2. Recuperare un'area industriale dismessa
Trasformare un sito inutilizzato può essere preferibile al consumo di nuovo suolo agricolo. Se accompagnato da bonifiche, riqualificazione e infrastrutture adeguate, il progetto potrebbe contribuire a restituire valore a una parte del territorio.
3. Sostenere l'economia digitale
La disponibilità di capacità di calcolo è importante per l'intelligenza artificiale, la ricerca scientifica, le imprese e i servizi online. Infrastrutture moderne possono contribuire a rafforzare la competitività tecnologica italiana.
4. Opere e spazi pubblici
La proposta comprende un parco pubblico, un parcheggio, due campi da gioco e un'area per bambini. Sono interventi potenzialmente utili, anche se bisogna verificare la loro effettiva fruibilità e la qualità ambientale degli spazi realizzati.
Questi vantaggi, però, non sono tutti automaticamente garantiti. Un investimento annunciato non equivale a un beneficio già acquisito: occorre verificare gli impegni contrattuali, i tempi di realizzazione e la distribuzione delle ricadute economiche.
I contro: cinque questioni che non possono essere ignorate
1. Il consumo di elettricità: il vero nodo del progetto
È il punto più rilevante dell'intera vicenda.
Secondo l'articolo di Open, il campus avrebbe una potenza elettrica massima di 576 megawatt. Per capire cosa significhi, basta fare un confronto: se funzionasse continuamente alla massima potenza per un anno, il consumo teorico sarebbe di circa 5 terawattora di elettricità.
Per confronto, Open indica in 4,3 terawattora il consumo elettrico complessivo delle famiglie piemontesi.
- Famiglie piemontesi: circa 4,3 TWh annui, secondo il dato riportato dalla fonte.
- Data center di Moncalieri: circa 5 TWh annui nello scenario teorico di funzionamento continuo alla potenza massima.
Nota: i 5 TWh sono una stima teorica, non una previsione certa dei consumi effettivi. La potenza massima autorizzata o prevista non coincide necessariamente con quella utilizzata in ogni momento.
Un simile fabbisogno pone una domanda fondamentale: da dove arriverà tutta questa energia?
La rete elettrica dovrà essere in grado di alimentare la struttura senza compromettere la disponibilità di energia per gli altri utenti. Serviranno valutazioni tecniche, infrastrutture adeguate e una strategia energetica credibile.
È importante anche evitare conclusioni non dimostrate: non si può affermare automaticamente che il data center farà aumentare le bollette dei residenti. Per sostenerlo occorrerebbe conoscere i costi di connessione, gli investimenti di rete, le modalità di finanziamento e le eventuali ricadute sulle tariffe.
La preoccupazione energetica, tuttavia, è concreta e merita risposte documentate.
2. I pannelli solari potrebbero coprire soltanto una piccola parte del fabbisogno
Nei documenti esaminati da Open è prevista l'installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti per una potenza di 5.360 kWp, cioè circa 5,36 MW di potenza nominale.
Rispetto ai 576 MW massimi previsti per il campus, si tratta di una quota inferiore all'1% in termini di potenza installata.
Questo confronto non equivale a una misura esatta della copertura dei consumi annuali, perché il fotovoltaico produce energia in funzione dell'irraggiamento e non continuamente. Mostra però che i pannelli previsti non sarebbero sufficienti ad alimentare autonomamente la struttura.
Il progetto dovrà quindi chiarire come intende approvvigionarsi di elettricità e quale contributo concreto arriverà dalle fonti rinnovabili.
Acquistare energia certificata come rinnovabile può essere una parte della soluzione, ma non è la stessa cosa che produrre localmente tutta l'elettricità necessaria. Sarebbe utile conoscere gli eventuali contratti di fornitura, i nuovi impianti rinnovabili associati e le garanzie contro il rischio di aumentare la pressione sulla rete.
3. Il calore prodotto: uno spreco che potrebbe diventare una risorsa
I server generano calore e devono essere raffreddati per funzionare correttamente. Nel progetto descritto da Open sono previste 304 macchine refrigeratrici.
Secondo la ricostruzione pubblicata dalla testata, non sarebbe previsto un sistema per recuperare il calore e utilizzarlo per scopi civili.
È una questione importante perché il calore residuo, se opportunamente recuperato e a condizioni tecniche ed economiche favorevoli, può essere utilizzato per alimentare reti di teleriscaldamento o altri processi industriali.
A Moncalieri esiste già un esempio significativo: la centrale di Iren utilizza il calore per contribuire al riscaldamento di numerose abitazioni attraverso la rete di teleriscaldamento.
Perché non valutare una soluzione analoga anche per il nuovo impianto?
Naturalmente, recuperare il calore non è sempre semplice. Servono temperature adeguate, impianti di scambio, collegamenti e utenze vicine che possano assorbirlo. La fattibilità deve essere dimostrata con uno studio tecnico.
Ma se un progetto da miliardi di euro non considera seriamente questa possibilità, è legittimo chiedersi se si stia sfruttando fino in fondo il potenziale tecnologico dell'investimento.
4. Il rumore: una questione che riguarda la vita quotidiana
Un data center non è una struttura silenziosa.
Ventole, sistemi di raffreddamento, trasformatori e altre apparecchiature possono generare rumore, anche durante la notte. Il problema dipende dalla potenza degli impianti, dalla distanza dalle abitazioni e dalle soluzioni adottate per ridurre le emissioni sonore.
Open segnala che, secondo le stime riportate nell'analisi del progetto, una casa distante circa 290 metri potrebbe essere esposta a un livello notturno di 48,7 decibel, vicino al valore di 50 decibel richiamato nell'articolo.
Questa cifra va interpretata con prudenza: occorre conoscere il metodo di calcolo, il rumore di fondo, i punti di misurazione e la normativa applicabile. Non basta un dato previsionale per affermare che vi sarà certamente una violazione dei limiti.
Resta però una questione concreta: chi abita nelle vicinanze deve poter contare su verifiche indipendenti, limiti rispettati e sistemi di controllo anche dopo l'entrata in funzione dell'impianto.
5. I posti di lavoro: quanti saranno davvero?
Questo è probabilmente il punto più delicato dal punto di vista del rapporto tra investimenti privati e interesse pubblico.
Secondo Open, il progetto ipotizza la creazione di 320-500 posti di lavoro. Tuttavia, la convenzione descritta nell'articolo non conterrebbe un impegno scritto vincolante sul numero di occupati.
La differenza è sostanziale.
La costruzione di un data center può generare numerosi posti di lavoro temporanei, soprattutto nei cantieri. Una volta completato, però, l'impianto può funzionare con un numero relativamente contenuto di addetti rispetto alle sue dimensioni e al capitale investito.
Servono tecnici informatici, ingegneri, elettricisti, addetti alla sicurezza e personale per la manutenzione. Ma non si tratta necessariamente di un insediamento capace di creare migliaia di occupazioni stabili.
La domanda da porre è quindi molto semplice: quanti posti di lavoro permanenti saranno garantiti, quanti saranno destinati a residenti del territorio e quali competenze saranno richieste?
Senza impegni verificabili, il numero annunciato resta una stima, non una garanzia.
Quanto guadagnerà Moncalieri?
Secondo i dati riportati da Open, al Comune potrebbero arrivare poco più di 5 milioni di euro tra una componente in denaro di circa 1,17 milioni e opere realizzate dal proponente per circa 4 milioni.
Il confronto con un investimento complessivo di 4,5 miliardi di euro solleva una questione politica ed economica: quali benefici resteranno effettivamente alla comunità locale?
Non è corretto confrontare direttamente l'intero investimento privato con gli introiti comunali come se fossero somme equivalenti. I 4,5 miliardi comprendono spese di costruzione e impianti, mentre le entrate del Comune seguono regole differenti.
È però legittimo chiedere che le compensazioni siano proporzionate agli impatti, che le opere pubbliche siano realmente utili e che gli eventuali costi aggiuntivi per viabilità, rete elettrica e servizi siano valutati in anticipo.
Un territorio non dovrebbe limitarsi a ospitare un'infrastruttura strategica per grandi operatori tecnologici: dovrebbe ottenere benefici misurabili e duraturi.
A che punto è il progetto? Il sindaco chiede garanzie
Dopo la pubblicazione dell'articolo del 5 ottobre, la vicenda ha registrato un passaggio importante.
In un successivo approfondimento dell'8 ottobre 2026, sempre su Open, il sindaco di Moncalieri, Lorenzo Mauro, ha dichiarato che, allo stato attuale, il progetto non è accoglibile, citando le carenze della proposta e la necessità di ottenere chiarimenti su ambiente, consumi e occupazione.
Tra le questioni da approfondire figurano il consumo di acqua, il recupero del calore e il numero effettivo di posti di lavoro. Il sindaco ha inoltre distinto le preoccupazioni fondate dalle affermazioni allarmistiche non dimostrate, come l'idea che il progetto comporti automaticamente un aumento di 20 euro delle bollette per ogni cittadino.
La posizione espressa non va confusa con una cancellazione definitiva del progetto: indica che, in quel momento, la proposta presentava criticità da affrontare prima di poter procedere.
Anche la possibile introduzione di nuove regole regionali per i data center rende importante valutare il progetto alla luce di criteri chiari in materia di energia, acqua, efficienza e recupero del calore.
Per approfondire, leggi anche il successivo articolo di Open: Data center a Moncalieri: la posizione del sindaco e le garanzie richieste.
La conclusione: non basta chiamarlo progresso
Il progetto di Moncalieri mette in evidenza una contraddizione del nostro tempo.
Da una parte, vogliamo intelligenza artificiale più potente, servizi digitali più rapidi, ricerca scientifica avanzata e imprese competitive. Dall'altra, queste tecnologie hanno bisogno di infrastrutture fisiche, energia, acqua, sistemi di raffreddamento e grandi spazi.
Non possiamo pretendere di utilizzare servizi digitali sempre più complessi senza costruire le strutture necessarie a sostenerli. Ma non possiamo neppure considerare automaticamente positivo qualsiasi investimento soltanto perché associato all'intelligenza artificiale.
Il punto non è essere contro la tecnologia. È stabilire a quali condizioni la tecnologia possa svilupparsi senza trasferire sulla collettività costi sproporzionati rispetto ai benefici.
Per questo, prima di dare il via libera a un impianto di tali dimensioni, sarebbe ragionevole chiedere almeno cinque garanzie:
- Energia: un piano credibile di approvvigionamento e di efficienza energetica, con dati sui consumi effettivi attesi.
- Ambiente: valutazioni indipendenti su rumore, acqua, emissioni indirette e impatto delle infrastrutture.
- Calore: uno studio serio sulla possibilità di recuperare l'energia termica prodotta.
- Lavoro: impegni verificabili sui posti permanenti, sulla formazione e sulle opportunità per le imprese locali.
- Benefici pubblici: opere e compensazioni definite in modo trasparente, con controlli e responsabilità precise.
In assenza di queste garanzie, il rischio è che il territorio ospiti una struttura fondamentale per l'economia digitale, mentre una parte significativa dei vantaggi economici si concentra altrove.
Il vero progresso non consiste soltanto nel costruire il data center più grande possibile. Consiste nel dimostrare che un'infrastruttura tecnologica può generare valore economico senza compromettere la qualità della vita, le risorse energetiche e l'interesse pubblico.
Moncalieri ha l'occasione di affrontare questa scelta con serietà. La questione non è scegliere tra innovazione e immobilismo, ma pretendere che l'innovazione sia progettata, misurabile e vantaggiosa anche per chi vive sul territorio.
Fonti
- Gianluca Brambilla, Open, 5 ottobre 2026: Dalle Pagine Gialle ai server: il progetto del data center di Moncalieri.
- Open, 8 ottobre 2026: Il confronto sul progetto e le garanzie richieste dal Comune.
