Il 9 agosto di 250 anni fa, mentre Torino era ancora la capitale del Regno di Sardegna, in città nasceva Amedeo Avogadro.
Il suo nome completo era Lorenzo Romano Amedeo Carlo Avogadro, conte di Quaregna e Cerreto. Già solo per scriverlo sul compito in classe serviva mezz’ora.
La cosa curiosa è che Avogadro inizialmente studiò legge. Avrebbe quindi potuto trascorrere una tranquilla esistenza tra codici, tribunali e scartoffie sabaude. Invece ebbe la sciagurata idea – almeno dal punto di vista di generazioni di studenti – di appassionarsi a matematica e fisica.
Nel 1811 formulò un principio apparentemente innocuo: volumi uguali di gas, alla stessa temperatura e pressione, contengono lo stesso numero di molecole.
Sembrava una frase. Era una bomba.
La comunità scientifica dell'epoca, con encomiabile puntualità, impiegò decenni per capire che aveva ragione. Avogadro morì nel 1856 e soltanto negli anni successivi le sue idee ottennero il riconoscimento che meritavano. Morale sabauda: se avete una buona idea e nessuno vi ascolta, concedete agli altri una cinquantina d'anni.
Ma c'è un dettaglio ancora più perfido.
Il famoso numero di Avogadro, 6,02214076 × 10²³, Avogadro non lo calcolò mai.
Eppure è proprio quel numero mostruoso che milioni di studenti italiani e, nel corso delle generazioni, un numero sterminato di studenti nel mondo hanno scritto, imparato, dimenticato, riscritto e probabilmente maledetto durante interrogazioni ed esami di chimica.
È una forma di immortalità notevole: dare il proprio nome a un numero che non si è mai calcolato e riuscire comunque a comparire negli incubi degli studenti 250 anni dopo.
E pensare che Amedeo era descritto come un uomo tranquillo e riservato.
Diffidate sempre dei piemontesi tranquilli.
Buon compleanno, professor Avogadro. 6,022 × 10²³ auguri.
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