A Nichelino ci sono quartieri complicati, servizi che arrancano, strade che spesso sembrano un esperimento di archeologia urbana e una lista di problemi che, volendo, occuperebbe più metri di una facciata condominiale. Però niente paura: la città può tirare un sospiro di sollievo, perché in via Fratelli Cervi è comparso un murales dedicato a Bud Spencer e Terence Hill. E si sa, davanti alle buche, al degrado e alle fatiche quotidiane, un bel cazzotto dipinto rimette subito in ordine l’universo.
L’opera è firmata da Nicholas e campeggia sulla parete di un’attività commerciale. I due volti dei re della scazzottata all’italiana dominano la facciata, circondati da richiami al loro immaginario cinematografico. Il risultato, va detto, è anche riuscito: il murale piace, attira attenzione, dà colore a un pezzo di città e almeno offre qualcosa di meglio da guardare rispetto al solito repertorio di serrande stanche e cemento depresso. Il punto, però, non è se il murale sia bello. Il punto è l’enfasi con cui si racconta l’ennesima parete dipinta come se Nichelino avesse appena risolto la questione urbana del secolo.
Perché qui il rischio è sempre quello: confondere il maquillage con la cura. Una città con problemi strutturali, sociali e urbanistici non diventa improvvisamente più vivibile perché su un muro compaiono due icone del cinema popolare. Fa scena, certo. Fa simpatia. Fa anche titolo. Ma non asfaltano le strade Bud Spencer e Terence Hill, non migliorano i servizi, non alleggeriscono il peso delle periferie, non trasformano con la sola forza del pennello una realtà che continua ad avere parecchie grane ben più urgenti di una facciata da inaugurare con entusiasmo.
La cosa più divertente è che stavolta il Comune non c’entra nemmeno fino in fondo. Il murale non nasce dentro il progetto istituzionale Nichelino Lights Up, ma dalla scelta autonoma del titolare dell’attività. E qui, paradossalmente, arriva la parte migliore della storia: a muoversi è stato un privato cittadino, non la macchina comunale. Insomma, mentre l’amministrazione si gode il riflesso della street art come prova di vitalità culturale, il gesto concreto lo ha fatto qualcun altro. Nichelino versione “arrangiatevi, ma con gusto”.
Naturalmente da Palazzo Civico il murale è stato salutato come segnale positivo, come dimostrazione che il seme della street art ha attecchito, come prova di una città che si riconosce nell’arte urbana. Tutto molto poetico. Peccato che, detta brutalmente, il rischio sia quello di vendere come rinascita collettiva ciò che in fondo è una bella iniziativa privata su un muro privato. Una cosa lodevole, per carità. Ma non esattamente la svolta di cui una città come Nichelino avrebbe bisogno per cambiare davvero faccia.
Eppure il copione è sempre lo stesso: si dipinge una parete, si parla di identità, di memoria condivisa, di comunità che si ritrova, di cultura diffusa, e intanto il murales finisce per fare da sipario colorato a una realtà molto meno pittoresca. È il vecchio trucco della politica urbana contemporanea: se non puoi sistemare tutto, almeno raccontalo bene. Se non riesci a far funzionare una città come vorresti, prova a renderla instagrammabile. Se la quotidianità resta complicata, alza un po’ i toni sulla “rigenerazione” e spera che nessuno faccia troppe domande.
Attenzione: nessuno ce l’ha con Bud Spencer e Terence Hill, che anzi hanno il pregio rarissimo di essere più popolari di molti amministratori e sicuramente più amati di qualsiasi piano triennale delle opere pubbliche. Il murale funziona proprio perché loro funzionano sempre: mettono d’accordo tutti, fanno sorridere, evocano ricordi, alleggeriscono perfino il paesaggio urbano. Ma appunto: alleggeriscono il paesaggio, non i problemi.
Quindi bene il murale, bene Nicholas, bene il commerciante che ha deciso di regalare un po’ di colore a via Fratelli Cervi. Ma magari evitiamo di raccontarlo come se Nichelino, grazie a due facce leggendarie e a un fondo dai toni caldi, avesse finalmente trovato la formula della rinascita. Perché se una città con tutte le sue fragilità si consola pensando che il cambiamento passi da una parete dipinta, il rischio è che prima o poi qualcuno si accorga della differenza tra una bella immagine e una città che funziona.
E forse, più che “Nichelino Lights Up”, a giudicare da come si celebrano queste operazioni, il titolo giusto sarebbe un altro: Nichelino Touch Up. Una mano di colore, un po’ di retorica urbana, due icone rassicuranti e via, tutti a casa convinti che il muro abbia fatto miracoli. Peccato che, appena giri l’angolo, i miracoli finiscano e ricominci Nichelino.