- Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
Oggi è la Giornata internazionale contro l’hate speech, cioè contro i discorsi d’odio. Una ricorrenza bellissima, civile, necessaria. Peccato che, come tutte le cose belle, appena arriva sui social venga immediatamente presa in ostaggio da gente che odia l’odio. Ma lo odia proprio tanto. Con furia. Con metodo. Con screenshot.
Il principio è semplice: l’odio è sempre quello degli altri. Se insulti tu, sei violento. Se insulto io, sto esercitando la mia coscienza civile critica. Se tu alzi i toni, avveleni il dibattito pubblico. Se li alzo io, sto esercitando un mio diritto di difendere i diritti dei popoli soppressi.
A me capita spesso di far notare una banalità quasi sovversiva: viviamo in una Repubblica democratica. Non in una Repubblica “a sentimento”, non in una Repubblica “a modulo precompilato”, non in una Repubblica dove la legittimità morale si ottiene col bollino del comitato di quartiere.
E provo anche a ripetere una ovvietà: "I valori democratici sono sempre antifascisti. L’antifascismo, da solo, non è sempre democratico".
Apriti cielo.
Tempo tre secondi e arriva l’epiteto automatico del discepolo del "Che", quello da distributore self-service dell’indignazione con la stella rossa: “Sei fascista”.
Non “non sono d’accordo”. Non “argomenta meglio”. Non “vediamo cosa dice la Costituzione”. No. Direttamente fascista. Come se fosse un’applicazione sul telefono: premi “dissenso” e ti esce “fascista” in notifica push.
È il miracolo del dibattito contemporaneo: tu parli di democrazia liberale, pluralismo, libertà di opinione, limiti del potere, garanzie costituzionali, e loro sentono solo “camicia nera”. Potresti citare Montesquieu, Bobbio, Popper e pure il regolamento condominiale: niente. Se non ripeti esattamente la formula liturgica prevista, sei sospetto.
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