Nel panorama accademico europeo sta emergendo una trasformazione profonda del ruolo delle università: non più soltanto luoghi di formazione e produzione scientifica, ma veri attori della diplomazia internazionale. L’Università degli Studi di Torino (UniTo) ha scelto di rendere esplicita questa evoluzione dedicando l’inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026 al tema della diplomazia scientifica, segnando una svolta culturale e strategica destinata ad avere effetti ben oltre i confini universitari.
La cerimonia, ospitata presso il polo medico delle Molinette, non rappresenta soltanto un appuntamento istituzionale. È il manifesto di un’idea precisa: in un mondo attraversato da conflitti geopolitici, crisi ambientali e tensioni economiche, la scienza può diventare uno degli ultimi linguaggi condivisi capaci di mantenere aperti i canali di dialogo tra Paesi e comunità scientifiche.
Paradossalmente, però, mentre l’ateneo torinese punta sulla cooperazione globale, la politica locale sceglie una presenza ridotta, lasciando spazio quasi esclusivamente alla dimensione internazionale della ricerca.
Secondo la rettrice Cristina Prandi e il prorettore alla ricerca Gianluca Cuniberti, la diplomazia scientifica nasce da un’esigenza concreta: mantenere relazioni tra individui e istituzioni anche quando i rapporti politici diventano difficili o impossibili.
Il concetto di science diplomacy è ormai riconosciuto a livello internazionale e viene promosso da organismi come la European Science Diplomacy Alliance, rete europea alla quale UniTo ha recentemente aderito. L’idea centrale è semplice ma potente: la cooperazione scientifica può anticipare, mitigare o persino prevenire crisi internazionali.
Secondo documenti e linee guida pubblicate dall’Università di Torino e dalla Direzione Ricerca e Innovazione UniTo, la scienza rappresenta uno spazio neutrale dove competenze, dati e risultati condivisi superano barriere ideologiche e nazionali.
Non si tratta di diplomazia tradizionale. I protagonisti non sono ambasciatori di carriera, ma ricercatori, docenti e studenti capaci di muoversi contemporaneamente tra laboratori, istituzioni internazionali e contesti geopolitici complessi.
Negli ultimi anni l’Università di Torino ha intensificato la propria presenza internazionale attraverso missioni accademiche mirate. Come riportato nei programmi di internazionalizzazione pubblicati dall’ateneo, queste iniziative non hanno una funzione meramente simbolica: servono a costruire reti scientifiche stabili e durature.
Le prossime tappe includono:
- Giappone, con il consolidamento della cooperazione con l’Università di Osaka e istituti di ricerca tecnologica;
- Argentina, dove UniTo rafforza legami storici con università e centri di ricerca latinoamericani;
- Canada, considerato partner strategico per stabilità scientifica, accesso a risorse naturali e investimenti in innovazione.
Secondo il Rapporto sull’Internazionalizzazione UniTo, queste missioni si svolgono in due fasi: una prima esplorativa, guidata dal vertice accademico, e una seconda più ampia che coinvolge dipartimenti, ricercatori e programmi congiunti.
L’obiettivo è creare piattaforme permanenti di cooperazione scientifica capaci di resistere anche alle oscillazioni politiche globali.
Uno degli aspetti più innovativi del progetto UniTo riguarda la gestione delle tensioni geopolitiche all’interno della stessa comunità scientifica.
Negli ultimi anni — come evidenziato da materiali informativi della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi — gli organizzatori di convegni universitari si sono trovati a confrontarsi con situazioni delicate: ricercatori provenienti da Paesi in guerra o coinvolti in conflitti diplomatici chiamati a lavorare insieme.
L’ateneo torinese ha sviluppato un vero e proprio percorso di accompagnamento scientifico-relazionale, che prevede:
- linee guida etiche per eventi internazionali;
- documenti condivisi tra partecipanti;
- strategie di mediazione accademica;
- strumenti di gestione dei conflitti culturali e politici.
In questo contesto la scienza diventa una palestra di convivenza internazionale. Il metodo scientifico — basato su verifica, trasparenza e confronto critico — viene applicato alle relazioni umane, contribuendo a mantenere attivo il dialogo anche tra comunità divise da tensioni politiche.
La diplomazia scientifica non è soltanto una strategia istituzionale: UniTo intende trasformarla in un vero percorso formativo.
Attraverso la Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi, l’università sta progettando programmi interdisciplinari che affiancheranno alla formazione specialistica competenze diplomatiche e geopolitiche.
Fisici, chimici, medici, biologi, giuristi ed economisti saranno preparati a operare in contesti internazionali complessi, acquisendo competenze quali:
- negoziazione scientifica;
- comunicazione interculturale;
- governance globale della ricerca;
- etica della cooperazione internazionale.
Secondo documenti strategici pubblicati dall’Università di Torino sul tema della formazione avanzata, cresce la domanda globale di professionisti capaci di collegare scienza, politica e società. Le università diventano quindi incubatori di una nuova figura professionale: lo scienziato-diplomatico.
UniTo nella rete europea della diplomazia scientifica
L’ingresso di UniTo nella European Science Diplomacy Alliance rappresenta un passaggio cruciale. Questa rete, composta da università, centri di ricerca e istituzioni europee, promuove la cooperazione scientifica come strumento di politica estera dell’Unione Europea.
Secondo fonti istituzionali UniTo, la partecipazione alla rete consentirà:
- accesso a programmi europei dedicati alla diplomazia scientifica;
- sviluppo di policy accademiche condivise;
- maggiore presenza nei tavoli decisionali internazionali sulla ricerca.
In altre parole, l’università torinese non si limita più a partecipare alla globalizzazione della conoscenza: aspira a diventarne uno degli attori guida.
L’assenza della politica italiana
Se la dimensione internazionale appare in espansione, quella politica locale mostra invece segnali di distacco.
Alla cerimonia inaugurale non sono previsti interventi ministeriali. Tra i rappresentanti politici parteciperà soltanto la vicepresidente del Senato Anna Rossomando, mentre il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e il sindaco di Torino Stefano Lo Russo, pur invitati, non saranno presenti personalmente.
La scelta — intenzionale o contingente — produce un effetto simbolico rilevante: mentre l’università si propone come soggetto globale, la politica territoriale sembra arretrare dal dialogo con il mondo accademico.
Non è un dettaglio secondario. Studi dell’Osservatorio Ricerca UniTo sottolineano come la cooperazione tra università e istituzioni locali sia decisiva per attrarre investimenti, talenti e progetti europei.
Diplomazia accademica e soft power italiano
La strategia torinese si inserisce in una tendenza più ampia: l’uso delle università come strumenti di soft power nazionale.
Secondo analisi pubblicate dal Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, la diplomazia culturale e scientifica rappresenta oggi uno dei principali canali attraverso cui gli Stati costruiscono relazioni internazionali durature.
Ex studenti UniTo oggi impegnati nelle istituzioni globali — come addetti scientifici presso ambasciate o dirigenti delle Nazioni Unite — testimoniano l’efficacia di questo modello. La formazione universitaria diventa così un investimento strategico a lungo termine nella presenza internazionale dell’Italia.
Un’università oltre i confini
L’inaugurazione dell’anno accademico torinese segna dunque un passaggio simbolico: l’università non si limita più a reagire ai cambiamenti globali, ma tenta di anticiparli.
In un’epoca caratterizzata da guerre ibride, crisi climatiche e trasformazioni tecnologiche rapide, le università possono diventare luoghi di stabilità e dialogo. UniTo propone un modello in cui:
la ricerca sostiene la cooperazione internazionale;
la formazione prepara cittadini globali;la scienza diventa linguaggio diplomatico.
L’assenza di parte della politica italiana, più che un elemento polemico, evidenzia forse un cambiamento di equilibrio: mentre gli Stati faticano a trovare spazi di mediazione, le istituzioni accademiche si candidano a occupare quel ruolo.
