Giorno del Ricordo: lo storico Gianni Oliva alla cerimonia in Montecitorio con il Presidente Mattarella - TORINO +

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lunedì 9 febbraio 2026

Giorno del Ricordo: lo storico Gianni Oliva alla cerimonia in Montecitorio con il Presidente Mattarella

di Claudio Pasqua 

È Gianni Oliva, storico e scrittore, scelto per la copertina di gennaio su Torino.Plus, la voce autorevole del Novecento italiano scelto da Montecitorio e dal Presidente Sergio Mattarella per onorare la memoria delle migliaia di vittime italiane dell’ultima guerra nelle regioni giuliano-dalmate, vittime delle foibe, e degli oltre 300.000 esuli italiani da quelle terre. 

«La scelta di Gianni Oliva - spiega il Direttore Editoriale di Torino.Plus Giovanni Firera - significa sposare il rigore della ricerca e la chiarezza della divulgazione, perché la memoria, per essere davvero condivisa, deve poggiare sulla conoscenza. E la conoscenza è il primo antidoto contro il ripetersi delle tragedie.»


Al Circolo dei Lettori di Torino la presentazione del libro 45 milioni di antifascisti dello storico Gianni Oliva. L’evento, organizzato e moderato da Giovanni Firera, Presidente dell’Associazione Culturale Vitaliano Brancati e Direttore Editoriale di Torino.Plus, grazie al supporto mediatico dell’Agenzia Digitale Italiana ha visto come relatori, oltre all’autore, lo storico Riccardo Rossotto e il giornalista de La Stampa Francesco Rigatelli.



Tra pochi giorni, in una cerimonia solenne alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’Italia ricorderà il dramma dell’Esodo giuliano-dalmata: centinaia di migliaia di persone – famiglie italiane costrette a lasciare case e terre nel dopoguerra – e la tragedia delle Foibe, legata alle violenze che investirono il confine orientale nella fase finale della Seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, nel contesto dell’avanzata jugoslava e dei partigiani guidati da Josip Broz Tito. Una memoria che chiede rigore e umanità: perché dietro le parole, prima di tutto, ci sono vite spezzate e comunità sradicate.

«Abbiamo scelto Gianni Oliva per la copertina di gennaio di Torino.plus - spiega il Direttore Editoriale Giovanni Firera -  per un motivo molto semplice e, oggi più che mai, necessario: aiutare i lettori a capire prima ancora che a ricordare. Il Giorno del Ricordo non è una ricorrenza da vivere per slogan o per contrapposizioni, ma un appuntamento civile che chiede studio, ascolto e responsabilità».

E mentre ci avviciniamo al Giorno del Ricordo del 10 febbraio, il lo sguardo di Gianni Oliva torna indispensabile per orientarsi in una delle pagine più dolorose e controverse della nostra storia recente.

Il 10 febbraio, ogni anno, l’Italia si ferma per una memoria che per decenni è rimasta ai margini del racconto pubblico: è il Giorno del Ricordo, la ricorrenza civile istituita per commemorare le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata, cioè l’abbandono forzato – spesso in condizioni drammatiche – di terre, case, lavori e legami da parte di intere comunità italiane dell’Adriatico orientale nel secondo dopoguerra. Non è una data “contro” qualcuno: è, o dovrebbe essere, una data “per” qualcosa. Per la dignità delle persone travolte dalla violenza, per la verità storica nella sua complessità, per la responsabilità di uno Stato che riconosce una ferita e la sottrae finalmente al silenzio.


Foto ANSA


A Roma, nelle ore del tramonto, il palazzo di Montecitorio si illumina con il Tricolore. Le bandiere restano a mezz’asta per tutta la giornata: un gesto sobrio, ma potente, che porta la memoria fuori dalle cerimonie e la consegna alla città, a chi passa e alza lo sguardo. È come se l’architettura stessa, per una notte, cambiasse funzione: da sede della politica a lanterna della memoria collettiva. Una luce che non cancella le ombre, ma le rende visibili.

Perché si commemora il 10 febbraio

Il Giorno del Ricordo nasce per tenere insieme due parole che spesso, nel dibattito pubblico, vengono separate o contrapposte: foibe ed esodo.

Le foibe – cavità naturali profonde tipiche dei territori carsici – sono diventate il simbolo di una stagione di violenza e terrore che colpì soprattutto nelle fasi finali della Seconda guerra mondiale e immediatamente dopo, nelle zone del confine orientale. Non furono “solo” un modo di occultare corpi: furono un metodo di intimidazione, di eliminazione, di sradicamento. Le vittime vennero uccise o gettate vive, in un clima in cui la paura era contagiosa e la politica si trasformava in caccia all’uomo.




L’esodo giuliano-dalmata, invece, è la lunga scia che segue. Non è un singolo giorno, non è un unico convoglio: è un processo fatto di valigie improvvisate, di porte chiuse, di famiglie divise, di scelte senza alternative. “Andare via” significava spesso scegliere tra identità e sopravvivenza, tra restare in un contesto percepito come ostile o lasciare tutto e ricominciare da zero altrove. Parliamo di centinaia di migliaia di persone che, nel giro di pochi anni, cambiarono geografia e destino: da Pola a Trieste, da Fiume alle città dell’Italia interna, fino ai campi profughi e alle sistemazioni provvisorie che divennero lunghi limbi.

Ricordare, qui, non è una formula rituale: è il tentativo di ricomporre una storia spezzata. E soprattutto è il rifiuto di due scorciatoie: quella del negazionismo (o del minimizzare) e quella dell’uso politico della memoria come clava identitaria. In mezzo, c’è una sola via utile: lo studio, la contestualizzazione, l’ascolto.




Perché conta la presenza di Gianni Oliva

In questo senso, la presenza dello storico e scrittore Gianni Oliva in una cerimonia istituzionale non è un dettaglio di protocollo: è un segnale culturale. Oliva è considerato uno dei divulgatori più solidi della storia italiana del Novecento, capace di coniugare rigore e chiarezza, archivi e narrazione. Portarlo al centro di un appuntamento come questo significa ribadire che la memoria non è un esercizio di emozione “pura”: ha bisogno di metodo, di linguaggio preciso, di cornici interpretative che non semplifichino ciò che è complesso.


È qui che torna utile uno dei suoi libri più noti, Quarantacinque milioni di antifascisti. Il titolo è già una provocazione: richiama l’idea – molto italiana – del “tutti innocenti”, del “noi non c’entriamo”, del voltarsi dall’altra parte quando la storia presenta il conto. In quelle pagine Oliva smonta un meccanismo collettivo: dopo la caduta del fascismo, l’Italia tende a riscrivere se stessa come se fosse stata, all’improvviso e in massa, antifascista da sempre. Una comoda autoassoluzione che cancella responsabilità, zone grigie, opportunismi e complicità.

Perché questo è importante nel Giorno del Ricordo? Perché anche intorno alle foibe e all’esodo, talvolta, si insinua lo stesso riflesso: trasformare una tragedia storica in un racconto “pulito” e unidirezionale, dove esistono solo buoni e cattivi, dove i contesti spariscono e le persone diventano bandiere. Oliva, proprio per la sua attenzione alle narrazioni consolatorie, aiuta a fare l’opposto: riconoscere il dolore senza piegarlo.

Inquadrare le foibe: storia, non slogan

Inquadrare il fenomeno delle foibe significa dire, con nettezza, almeno tre cose insieme.

La prima: fu un dramma reale, con vittime reali, con famiglie reali. E non “simboli”. Le vittime non furono colpite perché portavano una colpa individuale dimostrata, ma spesso perché appartenevano a una categoria percepita come nemica: funzionari, militari, rappresentanti dello Stato, presunti oppositori, ma anche civili presi nel vortice, persone “di troppo” in un passaggio di sovranità e potere.

La seconda: quel dramma si colloca in una frontiera storicamente attraversata da nazionalismi contrapposti, guerre, politiche di snazionalizzazione e violenze precedenti. Non è un modo per “giustificare”, è un modo per capire. La storia del confine orientale non nasce nel 1945: porta con sé tensioni e ferite già sedimentate, aggravate dall’occupazione, dalla guerra totale, dalla logica delle vendette e delle epurazioni. Senza questo quadro, si finisce per raccontare tutto come un fulmine a ciel sereno.


La terza – ed è quella che più spesso chiede di essere ribadita – è che il dolore colpì soprattutto una popolazione che “di fascista non aveva nulla”. O, meglio: colpì una popolazione composita, dentro cui c’erano certo anche fascisti e collaborazionisti, ma c’erano soprattutto persone comuni, famiglie, lavoratori, credenti, antifascisti, perfino partigiani, individui travolti da un conflitto più grande di loro. Ridurre quelle vittime a una categoria politica uniforme (“se la sono cercata”) è una forma di ingiustizia retroattiva. È togliere loro perfino l’ultima cosa rimasta: la complessità della loro identità.

È per questo che la voce dello storico, in un luogo istituzionale, è cruciale: serve a ricordare che la memoria non si misura a colpi di appartenenza, ma di verità.

L’esodo: la tragedia lunga, quotidiana, silenziosa

Se le foibe rappresentano l’immagine più terribile e improvvisa della violenza, l’esodo è la tragedia lunga, che si consuma nei giorni apparentemente normali. È l’atto di chi chiude una casa e non sa se la rivedrà; di chi lascia un cimitero, quindi i propri morti; di chi parte con l’etichetta di “profugo” addosso, come una seconda pelle.

Le storie dell’esodo raccontano spesso la stessa grammatica: partenze notturne, documenti, controlli, timore, la sensazione di essere stranieri ovunque. Chi arrivava in Italia non trovava sempre accoglienza: talvolta trovava diffidenza, incomprensione, burocrazia. Come se quella gente dovesse prima dimostrare di essere davvero parte del Paese che aveva scelto – o in cui era stata costretta – a ricominciare.

Ricordare l’esodo oggi significa anche riconoscere un patrimonio culturale e umano: dialetti, tradizioni, cucine, musiche, modi di stare insieme che hanno attraversato l’Italia e l’hanno cambiata. Non è nostalgia: è la consapevolezza che una comunità sradicata non porta solo dolore, porta anche memoria vivente, e chiede ascolto.


Da sin: Giovanni Firera, Riccardo Rossotto, Gianni Oliva alla presentazione del libro "La prima guerra Civile"


Una cerimonia che prova a unire istituzioni e persone

In una giornata come questa, la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e delle massime cariche parlamentari – Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa – segnala la volontà di tenere il Ricordo in un perimetro alto: non come commemorazione di parte, ma come responsabilità nazionale.

Accanto alla dimensione istituzionale, contano le testimonianze e i volti: il presidente onorario dell’Associazione Dalmati Toni Concina, la forza simbolica di un atleta come Abdon Pamich, la conduzione giornalistica di Maria Antonietta Spadorcia. E poi i frammenti culturali: un estratto del documentario Il Marciatore, la lettura dedicata a Francesco Bonifacio affidata all’attrice Silvia Siravo. La musica del Conservatorio Giuseppe Tartini di Trieste, con pagine di Antonio Vivaldi, diventa cornice emotiva senza scivolare nel sentimentalismo: un modo per dire che la memoria non è solo un discorso, è anche un linguaggio condiviso.

E quando intervengono figure di governo come Antonio Tajani, o quando si valorizza il lavoro delle scuole con il ministro Giuseppe Valditara, il messaggio implicito è chiaro: il Ricordo non deve restare confinato a una cerchia di specialisti o di discendenti. Deve diventare educazione civile.



Ricordare senza strumentalizzare

Il rischio, ogni anno, è che il 10 febbraio diventi una contesa: “la mia memoria contro la tua”, “le mie vittime contro le tue”. Ma la memoria pubblica, se vuole essere adulta, non funziona come un bilancio a somma zero. Riconoscere le foibe e l’esodo non cancella altre tragedie del Novecento; allo stesso modo, ricordare altri crimini non riduce il dolore del confine orientale. Il compito di una Repubblica è tenere insieme, non mettere in competizione.

Ed è qui che la lezione di Oliva – quella del libro sui “quarantacinque milioni” e, più in generale, del suo lavoro sulla storia come antidoto alle autoassoluzioni – torna centrale: una comunità democratica cresce quando accetta di guardare anche le proprie zone d’ombra, senza trasformarle in propaganda, e senza negare il dolore altrui per difendere una narrazione comoda.

Il Tricolore sulla facciata di Montecitorio, la sera del 10 febbraio, non dovrebbe essere un gesto “finale”, buono per una foto. Dovrebbe essere un promemoria: la storia non è un magazzino di slogan, è un terreno difficile da attraversare. Ma è l’unico terreno su cui possiamo costruire una memoria che non divida, che non semplifichi, che non umili chi ha sofferto.

Per questo il Giorno del Ricordo serve. Per questo serve che ci siano storici, testimoni, studenti, istituzioni. Perché la memoria non è solo il passato che torna: è il presente che decide, finalmente, di ascoltare.


«Sento il dovere di ribadire - conclude Giovanni Firera - che una maggiore conoscenza di quel periodo – delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle ferite del confine orientale – è fondamentale non solo per non dimenticare le vittime e le comunità sradicate, ma anche per non ricadere negli stessi errori del passato: l’odio che divide, le semplificazioni che cancellano le persone, l’indifferenza che lascia spazio alla violenza».

Bibliografia essenziale 

Gianni Oliva - Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria - Mondadori 

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