di Giovanni Firera
La Grazia è un film che parla piano. Paolo Sorrentino sceglie uno stile più semplice e sobrio, lasciando da parte gli eccessi visivi per concentrarsi su ciò che conta davvero: il tempo che passa, il peso dei ricordi, il potere e la possibilità, fragile ma reale, di una grazia.
La storia è leggera, quasi sospesa. Non è guidata dai fatti, ma dalle emozioni, dai silenzi, da piccoli momenti di rivelazione. Roma non è più una città da ammirare, ma diventa uno spazio interiore, un luogo dell’anima. Lo sguardo del regista è più umano, meno ironico, segnato da comprensione e dolore.
La regia è attenta e controllata. Ogni immagine è essenziale; la luce ha un valore morale; la macchina da presa osserva senza forzare. È un cinema che richiede calma e attenzione, che non offre risposte facili ma chiede di ascoltare.
In questo quadro spicca la prova di Toni Servillo, intensa e misurata. La sua recitazione è fatta di sguardi, pause, mezze frasi: ogni gesto è trattenuto, ma carico di significato. Servillo riesce a dare profondità al personaggio senza mai alzare la voce, rendendo visibile il conflitto interiore con una naturalezza rara.
La musica accompagna con discrezione, senza mai sovrastare le immagini. La Grazia parla di riscatto come gesto intimo e silenzioso. Racconta una fine che può essere anche un inizio, un’Italia stanca ma non del tutto priva di speranza. Non è un film immediato: resta dentro e cresce col tempo. È il segno di un Sorrentino più maturo, più severo e, proprio per questo, più sincero.
