C’è qualcosa che stona profondamente nel racconto patinato delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026. Non è solo una questione di costi, di cantieri o di sostenibilità ambientale: è una deficienza culturale e di memoria, un déjà -vu che in Italia conosciamo fin troppo bene.
Vent’anni fa, a Torino 2006, era successa la stessa identica cosa. Finite le Olimpiadi, magazzini pieni, gestione confusa, materiali riciclati alla bell’e meglio. E soprattutto persone che, anni dopo, continuavano a indossare — spesso per necessità — tute consunte delle vecchie Olimpiadi, diventate più simbolo di abbandono che di orgoglio. Una scena che oggi si ripresenta, con un’amara sensazione di immobilismo: cambiano i loghi, cambiano le città , ma i meccanismi restano uguali.
Oggi la narrazione ufficiale parla di esclusività , di storia, di collezionismo. Lo dimostra un annuncio che circola senza pudore:
“Completo ufficiale del Tedoforo delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, originale e completo di cartellini. Indossato una sola volta esclusivamente per la sfilata ufficiale.”
“Pezzo estremamente raro, riservato a pochissimi selezionati e destinato a entrare nella storia delle Olimpiadi.”
Il prezzo? 1200 euro, spedizione esclusa.
Per cosa, esattamente?
Una giacca tecnica ufficiale Salomon Milano Cortina 2026, pantaloni tecnici abbinati, berretto, guanti, sacca/zainetto. Un set che nasce come divisa funzionale e simbolica, pensata per rappresentare un evento collettivo, e che finisce invece mercificata come oggetto di lusso, mentre altrove qualcuno continua a portare addosso i resti logori di Olimpiadi passate.
Qui sta la vera deficienza: l’incapacità di dare un senso duraturo alle cose, di trasformare l’eredità olimpica in valore sociale, non in vetrina per pochi o memorabilia a quattro cifre. Da una parte l’enfasi sul “pezzo rarissimo”, dall’altra la realtà di chi, “poveraccio” davvero, indossa ancora tute vecchie perché non c’è alternativa. Non nostalgia, ma necessità .
Le Olimpiadi dovrebbero essere futuro, non rigattieri del passato. Dovrebbero unire, non creare questo cortocircuito grottesco tra lusso simbolico e scarto reale. Se dopo vent’anni ripetiamo gli stessi errori di Torino 2006, allora il problema non è l’evento. È il sistema che lo gestisce.
