- Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
Ritorno al Futuro ha condizionato la vita di milioni di persone, me compreso. L'abbiamo amato, lo amiamo ancora, e ogni tanto — lo confesso — controlliamo l'orologio sperando che segni le 22:04, giusto per un attimo di déjà-vu al fulmine. Il 3 luglio 1985 è una data storica: nei cinema americani esce il primo film di una memorabile trilogia diretta da Robert Zemeckis.
La fantascienza non ha l'obbligo di indovinare il futuro: ha quello, più modesto e più difficile, di ipotizzare come ci comporteremmo davanti alle anomalie del futuro. Tuttavia delle sette intuizioni di Zemeckis e Gale, quattro hanno retto benissimo il passaggio dal 1989 al mondo reale: le videochiamate con tanto di schermo domestico e dati dell'interlocutore; gli schermi piatti multitasking che oggi teniamo perfino sotto il cuscino; i visori indossabili finiti dritti sul naso della Silicon Valley; il riconoscimento biometrico che ci apre il telefono con un'occhiata più veloce di quella di un vigile urbano; i droni hanno fatto carriera nel giornalismo e nella sorveglianza.
Meno nel dog-sitting: il cane a spasso da solo resta, per fortuna dei cani, fantascienza pura. Hoverboard e scarpe autoallaccianti sono rimasti fra il prototipo e il gadget, eleganti promesse mai del tutto mantenute... un po' come certi assessorati.
Qui a Torino, va detto, il debito con Doc e Marty non è solo sentimentale: la DeLorean l'ha disegnata un piemontese, Giorgetto Giugiaro, e nel 2018 la nostra 500 ha fatto la sua controfigura in via Carlo Alberto, sbuffo di fumo incluso, con Christopher Lloyd in carne, ossa e chioma bianca all'angolo di via dei Mille.
Il che apre uno scenario che sottopongo alla giunta: e se Ritorno al Futuro fosse nato qui? Una 500 al posto della DeLorean, gianduiotti al posto del plutonio — energia pulita, densa di nocciole, e con il vantaggio che se il flusso canalizzatore si inceppa, almeno ti resta la merenda.
L'orologio del campanile, va da sé, quello di Palazzo Civico, in piazza Palazzo di Città.
E Doc vedo già chi potrebbe interpretarlo se fosse ancora tra noi: il compianto professor Sigfrido Leschiutta, già ordinario al Politecnico di Torino, esperto di fama mondiale in teoria del tempo e della frequenza, di quelli che il tempo non lo inseguivano, lo anticipavano.
Resta solo un problema: a Torino, per tornare a quel 1985, basta aspettare la Metro Linea 1.