Il Bicerin di Claudio Pasqua
- Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
I Savoia, che per quasi un secolo avevano campeggiato al centro del vessillo, vennero sfrattati con grande eleganza istituzionale: niente scenate, niente discussioni condominiali, solo una bella pulizia grafica. Via lo stemma, avanti il tessuto. Una specie di “decluttering” politico ante litteram: Marie Kondo avrebbe approvato.
Da quel giorno la bandiera italiana diventò più snella. Dimagrì al centro, come certi signori dopo la prova costume, ma senza perdere i colori. Il verde rimase speranza, il bianco rimase fede — o almeno camicia stirata per le cerimonie — e il rosso rimase passione, sangue, pomodoro e discussioni al bar.
Naturalmente a Torino la cosa fu presa con sabauda compostezza. Cioè malissimo, ma in silenzio. Perché il torinese non protesta: guarda fuori dalla finestra, stringe le labbra e dice: “Ah, però”. Che, tradotto, significa rivoluzione interiore, guerra civile dell’anima e lieve fastidio alla digestione.
E a proposito di Piemonte che esce dalla porta e rientra dalla finestra: alla Maturità 2026, su sette tracce della prima prova, il Nord-Ovest ha fatto più presenze di una delegazione al Salone del Libro. C’erano Cesare Pavese, nato a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe; Giuseppe Saragat, torinese, socialista, antifascista, poi Presidente della Repubblica; e Piero Bianucci, torinese anche lui, giornalista scientifico, divulgatore, uno di quelli che provano a spiegare la scienza senza trasformarla in nebbia per addetti ai lavori. Poi c’era Mario Calabresi, non piemontese di nascita, ma già direttore de La Stampa, quindi ormai abbastanza torinese da sapere che l’entusiasmo va maneggiato con cautela. Gli stranieri, per carità, non valgono: giocano fuori classifica. E se allarghiamo il conto, anche Vitaliano Brancati ha un filo torinese: morì proprio a Torino nel 1954.
Insomma, abbiamo tolto lo stemma sabaudo dalla bandiera, ma il Piemonte continua a infilarsi nei temi d’italiano, nei giornali, nella letteratura e perfino negli esami di Stato.
Ci hanno tolto lo stemma, è vero.
Ma non ci hanno tolto l’ironia.
E soprattutto non ci hanno tolto il vizio di comparire ovunque, anche quando fingiamo di stare in disparte.