- Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
A Napoli il santo si invoca. A Palermo si festeggia. A Torino si protocolla.
San Giovanni, sotto la Mole, non è una festa patronale: altrove le feste popolari sono un’esplosione di fede, vino, schiamazzi e umanità. Qui sono una pratica sabauda: un po’ devozione, un po’ folklore, un po’ protezione civile.
Il torinese, del resto, è fatto così. Anche quando scende in piazza per celebrare il suo patrono, conserva l’espressione di uno che è uscito soprattutto per verificare se i lavori sono stati eseguiti a regola d’arte.
Poi arriva il Farò, il capolavoro cittadino: si incendia una gigantesca pira e si osserva da che parte cade il toro in cima, così da capire come andrà l’anno. Ed è difficile immaginare qualcosa di più torinese di questo: una città che si vanta della sua razionalità, del suo Politecnico, della sua industria, della sua sobrietà illuminista, e poi affida il proprio futuro alla traiettoria di un bovino in fiamme.
È una superstizione, certo. Ma con il portamento istituzionale. Non la sagra sguaiata del destino: una perizia araldica sul domani.
E in fondo è tutto qui, il carattere di Torino. Una città che perfino davanti al santo patrono, al fuoco e ai fuochi d’artificio non riesce mai ad abbandonarsi del tutto. Deve trattenersi, controllarsi, darsi un contegno. Deve ricordare a se stessa che l’entusiasmo è roba da città mediterranee, mentre qui si preferisce la forma superiore del sentimento piemontese: la soddisfazione di avere avuto, ancora una volta, un impeccabile motivo per restare composti.