- Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
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Una ricerca pubblicata sulla rivista Appetite — uno di quegli studi che ti fanno sentire improvvisamente più arguto degli stessi ricercatori— ha stabilito che chi aspetta gli altri prima di iniziare a mangiare non lo fa davvero per cortesia, come ama credere. Lo fa perché, se cominciasse da solo, salirebbe l'ansia. Una raffinata forma di ipocondria applicata al galateo.
Quando c’è da aspettare prima di mangiare, il nostro cervello tira fuori il suo lato più drammatico: “Io devo resistere. Io devo soffrire. Io devo fissare la pizza senza toccarla.”
Però, se a mangiare è qualcun altro? “Ma certo, poverino, avrà fame! Che mangi pure.”
In pratica, siamo molto severi con noi stessi e sorprendentemente indulgenti con gli altri. Per noi vale il regolamento monastico; per gli altri, il libero buffet.
E la cosa più divertente è che questo meccanismo non cambia nemmeno quando ci dicono: “Guarda che puoi mangiare tranquillo”. Niente da fare. Il nostro cervello continua a pensare: “Io devo essere disciplinato come un monaco zen. Gli altri? Vabbè, loro sono esseri umani.”
La ricerca ha esaminato questo dilemma comune da tavola attraverso sei esperimenti che hanno coinvolto quasi 2.000 partecipanti. In un sondaggio preliminare su 625 persone in 91 paesi, i ricercatori hanno trovato che il 91% ha riferito che aspettare gli altri prima di mangiare è una norma attesa nella propria cultura.
A Torino la faccenda peggiora. Qui aspettare è una categoria dello spirito. Si aspetta sotto i portici che spiova, si aspetta al Cambio che arrivi il bollito, si aspetta che cada il Governo. Iniziare a mangiare prima degli altri è, da queste parti, l'equivalente sociale di salutare per primo in ascensore: tecnicamente legale, moralmente sospetto.
Il colpo di scena, però, lo riserva la firma in calce allo studio. Si chiama Irene Scopelliti, è professoressa alla Bayes Business School di Londra — e prima di tutto questo è calabrese: laurea all'Università della Calabria, dottorato in Bocconi, post-doc alla Carnegie Mellon, infine la cattedra londinese.
A dimostrare scientificamente che noi del Nord aspettiamo per disturbo psichico, e non per buona educazione, ci ha pensato una signora che viene dalla terra in cui «Mangia!» non è un suggerimento, ma una disposizione impartita con l’autorità di una circolare ministeriale.
Due lauree, un dottorato, due continenti e una pubblicazione internazionale: tutto per arrivare a una conclusione che a Reggio Calabria conoscevano già le nonne. L'astinenza dal piatto caldo è una patologia settentrionale. La diagnosi è esatta. Resta da capire chi pagherà il ticket.
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