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lunedì 11 maggio 2026

Disuniti dalla musica

Il Bicerin di Claudio Pasqua

 - Il buongiorno del mattino in chiave sabauda 




L’Europa torna a Vienna per cantare insieme, che è un po’ come riunire tutti i parenti a Natale e sperare che nessuno tiri fuori la questione dell’eredità. E naturalmente la tira fuori subito. Il continente che ha inventato il bel canto, l’operetta e la dodecafonia — cioè tre modi distinti di soffrire con stile — celebra la settantesima edizione dell’Eurovision in uno stato di agitazione permanente, litigando in cinque lingue, due dialetti e un numero imprecisato di note verbali.


Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda hanno protestato contro la partecipazione di Israele. Lo slogan ufficiale resta United by Music, che in questo momento suona come quelle scritte all’ingresso dei condomìni torinesi: “Si prega di mantenere il decoro delle parti comuni”, mentre al terzo piano si denunciano a vicenda da quindici anni. E con quel gusto amministrativo che solo Bruxelles possiede — e che a Torino comprendiamo intimamente — i Big Five sono diventati Big Four senza che nessuno trovasse opportuno cambiare il logo. Come dire: la realtà è negoziabile, la grafica no.


Nel mezzo di questa sinfonia per nervi e orchestra, l’Italia manda Sal Da Vinci, che canta Per sempre sì mentre mezzo continente risponde con un “ni” educato, e l’altra metà compila un modulo di contestazione in triplice copia. Sal affronta tutto con quella serenità partenopea che ai bookmaker piace moltissimo e ai puristi del televoto ricorda certe zie sabaude: apparentemente composte, ma pronte a sussurrare “mah, non so”. Su TikTok i commenti oscillano tra “voce sottotono” e “splendidamente orrendo”, che è poi la definizione più accurata non solo dell’Eurovision, ma anche di numerose relazioni sentimentali.


Nel frattempo l’emittente israeliana Kan è stata richiamata dall’EBU per aver invitato il pubblico a votare dieci volte per il proprio cantante. Un’iniziativa che confonde il regolamento del concorso con quello di certi regimi dove la partecipazione democratica consiste nel ripetere la stessa scelta finché non diventa convincente.
 

Eppure, come accade nelle migliori famiglie asburgiche e nei peggiori consigli di condominio, la festa continua. Vienna ha srotolato il tappeto turchese, allineato le trentacinque delegazioni superstiti e blindato la Stadthalle con controlli da aeroporto e divieti di droni. L’Europa, per cantare unita, ha dovuto prima passare sotto il metal detector. Maria Teresa d’Austria, da qualche parte, osserva con quell’espressione che a Torino conosciamo bene: non approva, ma non ritiene elegante dirlo ad alta voce.


E noi, qui a Torino, mentre il Salone del Libro offre il suo consueto contrappunto di sobria nevrosi e compita mondanità, facciamo ciò che i sabaudi sanno fare meglio: parteggiare con discrezione, senza scomporsi, e al massimo concederci un tiepido entusiasmo. Tifiamo Sal Da Vinci con la stessa intensità con cui si accetta un secondo giro di agnolotti: senza proclami, ma con profonda convinzione interiore.


In fondo la canzonetta resta l’ultima diplomazia europea. Non risolve i conflitti, non migliora i rapporti internazionali e spesso nemmeno l’intonazione. Però, per tre minuti, ci illude che basti un ritornello ben riuscito per mettere d’accordo il continente. E, come tutte le illusioni, è fragile, un po’ ridicola e sorprendentemente necessaria. Proprio come l’Europa. E, a ben pensarci, proprio come noi.




Il bicerin: tre strati, come vuole la ricetta: uno sguardo lucido sull'attualità, una nota amara di realtà, un fondo caldo di umanità. Da leggere piano. Lo trovi ogni mattina prima delle 7:00 e si può seguire anche su: Instagram e Facebook





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