L’Europa torna a Vienna per cantare insieme, che è un po’ come riunire tutti i parenti a Natale e sperare che nessuno tiri fuori la questione dell’eredità. E naturalmente la tira fuori subito. Il continente che ha inventato il bel canto, l’operetta e la dodecafonia — cioè tre modi distinti di soffrire con stile — celebra la settantesima edizione dell’Eurovision in uno stato di agitazione permanente, litigando in cinque lingue, due dialetti e un numero imprecisato di note verbali.
Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda hanno protestato contro la partecipazione di Israele. Lo slogan ufficiale resta United by Music, che in questo momento suona come quelle scritte all’ingresso dei condomìni torinesi: “Si prega di mantenere il decoro delle parti comuni”, mentre al terzo piano si denunciano a vicenda da quindici anni. E con quel gusto amministrativo che solo Bruxelles possiede — e che a Torino comprendiamo intimamente — i Big Five sono diventati Big Four senza che nessuno trovasse opportuno cambiare il logo. Come dire: la realtà è negoziabile, la grafica no.
Nel mezzo di questa sinfonia per nervi e orchestra, l’Italia manda Sal Da Vinci, che canta Per sempre sì mentre mezzo continente risponde con un “ni” educato, e l’altra metà compila un modulo di contestazione in triplice copia. Sal affronta tutto con quella serenità partenopea che ai bookmaker piace moltissimo e ai puristi del televoto ricorda certe zie sabaude: apparentemente composte, ma pronte a sussurrare “mah, non so”. Su TikTok i commenti oscillano tra “voce sottotono” e “splendidamente orrendo”, che è poi la definizione più accurata non solo dell’Eurovision, ma anche di numerose relazioni sentimentali.
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