A Torino, città in cui perfino i semafori sembrano dare precedenza con austera educazione sabauda, si è consumato l’ennesimo rito collettivo degno della corte di Carlo Alberto: il Campionato di Cappuccino. Non una semplice gara tra studenti, beninteso, ma una specie di Congresso di Vienna con la schiuma di latte al posto dei trattati internazionali.
Nel severo scenario del Teatro Juvarra — che già dal nome suggerisce stucchi, inchini e una certa sofferenza da regolamento interno — trentanove ragazzi si sono affrontati armati di lattiere lucenti e sguardi tesi come camerieri al Caffè Mulassano durante l’ora dell’aperitivo. Altro che videogiochi o TikTok: qui il destino si decideva su mezzo centimetro di crema e sulla temperatura di un cappuccino osservata con più attenzione di una manovra finanziaria piemontese.
La giuria, naturalmente, non si è limitata ad assaggiare. No. Ha valutato tempi, pulizia, precisione e decorazione finale con quell’aria tipicamente torinese di chi potrebbe anche complimentarsi, ma preferisce non esagerare. Mancava solo Emanuele Filiberto nascosto dietro una macchina Faema a sussurrare: “Troppa schiuma, ragazzo mio”.
Molto elegante, poi, l’apertura internazionale: Lettonia, Olanda e Turchia presenti a contendersi il primato del cappuccino sotto la Mole. Un tempo Torino esportava automobili e dirigenti Fiat; oggi importa studenti stranieri per discutere seriamente del rapporto corretto tra espresso e latte. È il progresso, immagino.
Le vincitrici, Amira e Angelica, hanno trionfato tra Senior e Junior con la compostezza di due duchesse di casa Savoia in visita ufficiale al Lingotto. Borse di studio, applausi e soddisfazione generale, mentre qualche professore probabilmente già progettava un master in “microfoam e spiritualità subalpina”.
E così il cappuccino, bevanda che altrove accompagna distrattamente brioche mediocri e conversazioni inutili, a Torino diventa disciplina morale, esercizio di stile e quasi prova d’accesso alla cittadinanza onoraria.
