di Giovanni Firera
C'è un paradosso che Torino fatica ad ammettere. Le sue università — il Politecnico e l'Università degli Studi — attraggono ogni anno migliaia di studenti da tutta Italia e dall'estero. Eppure, appena quei giovani conseguono la laurea, la città li lascia andare. Senza trattenerli, spesso senza nemmeno provarci davvero.
Il Politecnico conta oltre il 40% di iscritti provenienti da fuori regione: un segnale di attrattività fuori discussione. Ma una quota analoga di laureati costruisce poi la propria carriera altrove. All'Università degli Studi, quasi un neolaureato su tre si inserisce professionalmente fuori dal Piemonte. I numeri raccontano una storia scomoda: Torino forma capitale umano per altri.
Non si tratta, ormai, di una fuga selettiva di eccellenze. Tra gli italiani emigrati all'estero negli ultimi anni i laureati rappresentano circa un quarto del totale, ma accanto a loro si muovono diplomati e lavoratori con titoli inferiori. È una migrazione strutturale, sintomo di un disagio diffuso che va ben oltre i cosiddetti "cervelli in fuga".
I salari medi torinesi restano inferiori rispetto ad altre aree del Nord Italia. Le opportunità di crescita professionale sono percepite come limitate. Anche figure altamente qualificate — dottori di ricerca, ingegneri, designer — si trovano spesso di fronte a traiettorie precarie o poco valorizzanti. Il messaggio implicito che la città trasmette è chiaro: puoi studiare qui, ma per realizzarti devi andare altrove.
Il tessuto imprenditoriale locale porta ancora i segni di una transizione incompiuta. Torino è stata per decenni la capitale dell'automotive italiano, ma l'era post-Fiat non ha ancora trovato un modello alternativo convincente. Le imprese locali, mediamente più piccole e meno capitalizzate rispetto ad altri territori, faticano a competere nell'attrarre talenti. Chi può scegliere, sceglie Milano, Berlino, Amsterdam.
È qui che il discorso si fa più scomodo. La domanda che il dibattito pubblico torinese continua a eludere è questa: la politica sta davvero facendo la sua parte? Non abbastanza, e spesso non nella direzione giusta.
Sul fronte dei giovani mancano politiche strutturate e continuative. Bonus, bandi, incentivi spot: interventi frammentati, spesso pensati più per la visibilità istituzionale che per produrre effetti duraturi. Non esiste, né a livello comunale né regionale, una strategia organica che colleghi formazione, accesso alla casa, opportunità lavorative e partecipazione civica. I giovani vengono evocati nei discorsi pubblici come risorsa preziosa, ma raramente trattati come soggetti politici con cui costruire insieme il futuro della città.
Il rapporto con le università è emblematico. Il Politecnico e l'Università di Torino sono istituzioni di rilievo internazionale, eppure il dialogo con le istituzioni locali appare episodico, legato a singoli progetti o a momenti celebrativi. Quante delle competenze prodotte ogni anno da questi atenei vengono intercettate dal tessuto produttivo e istituzionale torinese? La domanda resta in larga parte senza risposta, e questo silenzio è già di per sé significativo.
Sul piano delle politiche industriali il quadro è ancora più preoccupante. La transizione post-Fiat non è mai stata affrontata con la chiarezza strategica che avrebbe richiesto. Per anni si è navigato a vista, inseguendo opportunità contingenti — il turismo, la cultura, i grandi eventi — senza mai definire con precisione quale modello produttivo si volesse costruire. L'automotive elettrico, l'aerospazio, le tecnologie pulite, l'intelligenza artificiale applicata all'industria: tutti settori in cui Torino avrebbe le competenze per essere protagonista, ma in cui la politica locale e regionale ha stentato a tradurre le potenzialità in scelte concrete e investimenti consistenti. Oggi l’aerospazio finalmente gode delle necessarie attenzioni al fine di sviluppare politiche di intervento e sostegno al settore, ma tutto il resto?
Il risultato è che le decisioni più rilevanti sul futuro del territorio vengono prese altrove: nelle sedi delle multinazionali, nei ministeri romani, nelle stanze di Bruxelles. La politica locale si trova a gestire le conseguenze piuttosto che orientare i processi. Una debolezza che si riflette direttamente sul territorio: aree dismesse che restano in attesa per anni, spazi potenzialmente fertili per l'innovazione lasciati in un limbo burocratico, piani urbanistici senza visione d'insieme.
Non si tratta di demonizzare la politica locale: le risorse sono limitate, le competenze istituzionali frammentate tra Comune, Città Metropolitana, Regione e Stato, e i margini di manovra spesso inferiori a quanto appaia. Ma il problema non è solo di risorse. È di visione, di coraggio, di volontà di scegliere. E di una classe dirigente — politica, economica, culturale — che deve smettere di governare con l'orizzonte della prossima scadenza elettorale.
Trattenere i giovani non è una questione di numeri. È una scelta politica e morale, che definirà l'identità di Torino per i prossimi decenni. La città è a un bivio: può continuare su un percorso di declino relativo, oppure trasformare questa crisi in un punto di svolta reale. Ma ogni anno che passa senza risposte concrete è un anno in cui un'altra città — un'altra nazione — raccoglie ciò che Torino ha seminato.
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