Ovvero: come il più furbo d'Europa venne fregato da una vedovella piemontese
di Claudio Pasqua
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| Ritratto di Vittorio Amedeo II e Anna Maria di Orléans |
C'era una volta, nel Piemonte del tardo Seicento, un uomo che aveva ingannato Luigi XIV, l'Imperatore d'Austria, il Papa e buona parte delle teste coronate d'Europa. Si chiamava Vittorio Amedeo II di Savoia, detto il Volpone — soprannome guadagnato sul campo, a forza di cambiare alleanze con la disinvoltura con cui un uomo normale cambia le scarpe.
Era furbo, era ambizioso, era paziente come solo le volpi sanno essere.
Poi arrivò lei. E la volpe dimenticò di essere furba.
Jeanne Baptiste d'Albert de Luynes — per gli amici, per i nemici e per i posteri semplicemente la Verrua — era entrata a corte nel modo più conveniente possibile: sposando il Conte Giuseppe Ignazio Scaglia di Verrua, vecchio, ricco e provvidenzialmente cagionevole di salute. Il conte ebbe la cortesia di morire in tempi ragionevoli, lasciando Jeanne vedova, giovane, libera e in possesso di un titolo nobiliare che suonava benissimo nei corridoi di palazzo.
| Jeanne Baptiste d'Albert de Luynes detta la Verrua |
Era brillante, spregiudicata, avida di potere e di piacere in egual misura. Non necessariamente in quest'ordine.
Il Volpone — quell'uomo che non si fidava di nessuno, che leggeva due volte ogni trattato prima di firmarlo e tre volte ogni lettera prima di spedirla — la vide una volta e perse completamente la testa. Tre volte a settimana era nel suo salotto. Per quasi vent'anni.
Nel frattempo, in un'ala del palazzo convenientemente distante, viveva la moglie ufficiale: Anna Maria d'Orléans, nipote di Luigi XIV, donna colta, orgogliosa e perfettamente consapevole di essere stata spedita a Torino come si spedisce un pacco diplomatico — con cura nelle intenzioni, scarsa attenzione al destinatario.
Anna Maria non fu esattamente sorpresa dalla relazione. La corte di Torino era grande abbastanza per ospitare due fazioni politiche, ma non abbastanza per tenere un segreto. Il Volpone non si nascondeva — perché nascondersi, quando sei il sovrano? — e la Contessa di Verrua riceveva a palazzo con la naturalezza di chi sa di avere la situazione in pugno.
La povera Anna Maria scrisse lettere disperate al fratello Filippo d'Orléans, lamentando l'onta, la solitudine, il fatto di essere trattata come un mobile decorativo mentre la favorita firmava i dispacci di Stato — o quasi. Si diceva, infatti, che certe decisioni politiche passassero prima per le mani della Verrua che per quelle dei ministri. Una specie di governo ombra in sottoveste.
Filippo d'Orléans, con la sensibilità tipica dei fratelli di ogni epoca, rispose sostanzialmente di rassegnarsi.
Anna Maria si rassegnò. E non glielo perdonò mai.
Intanto il Volpone, ignaro del risentimento che montava su due fronti contemporaneamente, continuava la sua doppia vita con la serenità di chi pensa di avere tutto sotto controllo. Regalò alla Verrua influenza, denaro, gioielli — e cosa ben più preziosa — accesso al potere reale. Lei prendeva tutto con grazia, ringraziava con garbo e teneva gli occhi aperti.
Perché la Verrua, a differenza del Volpone, non aveva mai smesso di essere furba.
Il punto di rottura arrivò intorno al 1700. Il Volpone, con gli anni, era diventato possessivo, paranoico, e — destino crudele — probabilmente noioso quanto un marito ufficiale. Aveva fatto il giro completo.
La Verrua valutò la situazione con la freddezza di un generale prima della battaglia. Poi, una notte, sparì.
Non una parola, non un biglietto. Solo lei, i suoi gioielli, e — dettaglio che doveva far perdere il sonno al Volpone per anni — una quantità imbarazzante di lettere compromettenti e documenti riservati che aveva accumulato con pazienza certosina nel corso di due decenni. Una specie di assicurazione sulla vita, raccolta foglio per foglio, bacio dopo bacio.
Si rifugiò a Ginevra — territorio neutro, aria pulita, banche discrete. Poi scivolò a Parigi, dove aprì uno dei salotti più brillanti del primo Settecento. Voltaire era di casa. Mezza Europa colta passava dal suo salotto. La chiamavano la donna più intelligente di Parigi.
Voltaire, che di donne intelligenti se ne intendeva, confermò.
Il Volpone, furioso come non lo era mai stato con nessun imperatore, la fece inseguire. Mandò emissari, scrisse lettere — lui che le lettere le scriveva sempre con il contagocce — e probabilmente in qualche momento di debolezza notturna si chiese come fosse possibile che l'unico essere umano che fosse riuscito a batterlo sul suo stesso terreno fosse una vedovella francese con gli occhi furbi.
Inutile. La Verrua non tornò.
Il finale, come si conviene alle storie migliori, distribuì le conseguenze con una giustizia quasi letteraria.
Anna Maria d'Orléans morì nel 1728, quattro anni prima del marito, senza aver mai ottenuto una scusa. Nemmeno una. Il Volpone nel frattempo si era risposato in segreto con Anna Canalis di Cumiana — perché evidentemente una vita sentimentale complicata non gli bastava — e aveva concluso i suoi giorni nel modo più umiliante possibile per un sovrano: deposto dal proprio figlio e rinchiuso nel castello di Rivoli.
Il Volpone, beffato. Dalla vita, stavolta, non da una donna.
La Contessa di Verrua morì a Parigi nel 1736, libera, ricca, celebre e con una reputazione che i secoli non hanno intaccato. Aveva vissuto come aveva scelto, era andata dove aveva voluto, e aveva lasciato Torino con i gioielli e i segreti del regno in borsa.
Alcune partite, nella storia, si capisce subito chi le ha vinte.
E questa non era nemmeno una partita. Era una lezione.
