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martedì 7 aprile 2026

L'era dell'indifferenza

 A cura di Giovanni Firera



Viviamo in un tempo che ha perso la capacità di indignarsi. Non è successo di colpo — nessun grande crollo, nessuna resa solenne firmata davanti ai testimoni della storia. È avvenuto per accumulo, per saturazione lenta, come quando un rumore diventa così costante che smetti di sentirlo e inizi a chiamarlo silenzio. Abbiamo normalizzato l'orrore a piccole dosi, quotidiane. Una notizia oggi, un'immagine domani, un numero di morti dopodomani. E oggi ci ritroviamo anestetizzati senza sapere esattamente quando ci hanno somministrato la prima dose, senza ricordare com'era il mondo prima che smettessimo di fremere.


Le brutture ci passano davanti ogni giorno. Passano veloci, inquadrate in schermi luminosi, accompagnate da una colonna sonora di notifiche e commenti brevi come lapidi. Le vediamo. Le riconosciamo. Persino — e questo è il dettaglio più inquietante — le commentiamo. Ma poi scorriamo. Il gesto del pollice verso il basso è diventato la nostra risposta morale al mondo: un movimento di pochi millimetri che assolve tutto e non cambia niente. Abbiamo trasformato la realtà in contenuto, e il contenuto — per definizione — si consuma e si dimentica. Una guerra diventa una storia, una storia diventa un trend, un trend dura quarantotto ore e poi cede il posto alla prossima emergenza dell'attenzione. Non è cinismo, ci diciamo. È sopravvivenza. Ma c'è una differenza sottile e decisiva tra sopravvivere al dolore del mondo e anestetizzarsi ad esso — e noi, lentamente, senza accorgercene, abbiamo attraversato quel confine.


Abbiamo smesso di indignarci perché l'indignazione richiede presenza, e noi siamo diventati una civiltà di assenti. Assenti agli altri, certo. Ma soprattutto assenti a noi stessi. Il pensiero profondo — quello che disturba, che ferma, che costringe a stare con una verità scomoda senza cercare subito una via di uscita — è stato sostituito da un flusso continuo di stimoli che non chiede mai di essere capito, solo consumato. Pensiamo di essere informati perché siamo sempre connessi. Ma essere immersi nel rumore non è lo stesso che ascoltare. E proprio ascoltare sarebbe già il primo atto di resistenza, il gesto più sovversivo che potremmo compiere in questo tempo di superficie.


Il problema è che siamo stanchi. Stanchi di una realtà che ci bombardava ogni giorno con più crisi di quante ne potessimo reggere, e che alla fine ci ha convinto che reagire fosse inutile, che la storia andasse comunque in una direzione che non dipendeva da noi, che le grandi forze — economiche, politiche, tecnologiche — fossero troppo grandi per essere scalfite da un singolo atto di coscienza. Questa stanchezza è stata coltivata con cura. Non da una cospirazione, che sarebbe troppo semplice, ma da un sistema che ha tutto l'interesse a tenerci docili, distratti, convinti che la nostra unica vera libertà sia la scelta tra un prodotto e un altro.


E così le brutture si sono installate. La corruzione è diventata "il modo in cui funzionano le cose". La crudeltà è diventata "realismo". L'ingiustizia è diventata "sfortuna di chi non si è saputo arrangiare". La menzogna sistematica è diventata "narrativa alternativa". Abbiamo trovato per ogni orrore una parola più morbida, un eufemismo salvavita, e quella parola ci ha liberato dall'obbligo di reagire.


Siamo diventati spettatori. E lo spettatore, per quanto addolorato, per quanto informato, per quanto reattivo sui social, non cambia la scena. La osserva. E la sua osservazione, per quanto partecipe, è già una forma di complicità. Ma la cosa più grave — la ferita più profonda — non è quello che ci hanno fatto al presente. È quello che ci hanno rubato del futuro.


I sogni — quelli veri, quelli grandi, quelli scomodi nella loro grandezza, quelli che ti fanno svegliare alle tre di notte con il cuore che batte più forte — richiedono che tu creda, almeno per un momento, che le cose possano essere radicalmente diverse da come sono. Richiedono una certa dose di ingenuità coraggiosa, quella che i pragmatici chiamano utopia con un sorriso di sufficienza.


Abbiamo smesso di desiderare davvero. Desideriamo ciò che ci viene proposto di desiderare — oggetti, status, esperienze fotografabili, versioni migliorate di noi stessi che però assomigliano stranamente a ciò che il mercato ha già deciso che dovremmo essere. Ma il desiderio autentico, quello che nasce dal profondo e che indica la direzione di una vita, quello che non ha ancora un nome perché è ancora grezzo e informe, quello che a volte si presenta come un'insoddisfazione inspiegabile nel mezzo di una vita che sulla carta dovrebbe bastare — quel desiderio è diventato raro come il silenzio. Perché il desiderio vero è pericoloso. Ti rende vulnerabile. Ti mette in contraddizione con il mondo così com'è.


La generazione che avrebbe dovuto ereditare i sogni del Novecento — le sue rivoluzioni incompiute, le sue visioni di giustizia, i suoi progetti di mondo — si è ritrovata a ereditare invece la sua stanchezza, il suo disincanto, la sua rassegnazione travestita da maturità. Ci hanno insegnato che essere cinici è essere intelligenti. Che sperare è una forma di ingenuità. Che chi cambia il mondo è un'eccezione — un'anomalia statistica, un genio o un folle — e che il resto di noi è destinato a stare a guardare. È la più grande bugia che ci abbiano mai raccontato. E l'abbiamo creduta perché era comoda, perché ci liberava dal peso della responsabilità, perché è sempre più facile essere testimoni che protagonisti.


E non dobbiamo permettere che ciò avvenga. Qualcosa in noi deve resistere — testardamente, silenziosamente, contro ogni evidenza. Una voce piccola e insistente, che torna nei momenti di silenzio — quei rari, preziosi momenti in cui lo schermo è spento e siamo finalmente soli con noi stessi.


Quella voce non è nostalgia. Non è debolezza. È memoria di quello che siamo capaci di essere — e che non abbiamo ancora smesso del tutto di essere. Non è ancora indignazione, non è ancora sogno. Ma è il segno che qualcosa in noi non ha ancora accettato del tutto la versione impoverita del mondo che ci è stata consegnata. È la prova che sotto l'indifferenza — sotto gli strati di cinismo accumulato, di speranze deluse, di slanci rimandati a un domani che non arriva mai — c'è ancora qualcosa di vivo. Qualcosa che conosce la differenza tra quello che è e quello che potrebbe essere.


Sotto la cenere dell’indifferenza, un piccolo fuoco, spero proprio, sia ancora acceso. Ripartire da quella voce è l'unico atto di resistenza che ancora ci appartiene completamente. Non richiede eroismi. Non richiede grandi gesti. Richiede solo una cosa difficilissima in questo tempo: la volontà di sentire ancora. Di lasciarsi disturbare. Di non scorrere. Di restare con il peso di quello che vediamo. Perché è lì, in quel peso che non scrolliamo via, che comincia qualcosa che potrebbe ancora chiamarsi futuro.




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