Nel grande racconto globale dei patrimoni in corsa — 89 nuovi ultra-ricchi al giorno, 713.626 UHNWI nel mondo — c'è un capitolo torinese che non fa rumore ma vale moltissimo. Torino non è Milano, non fa notizia nei report internazionali sul lusso, non compare nei circuiti dell'immobiliare prime dove il metro quadro fa a gara con i prezzi di Dubai. Eppure, dietro i portoni dei suoi palazzi barocchi e nei server dei suoi family office, si nasconde una ricchezza che farebbe stupire chiunque.
Mille miliardi sotto la Mole
Il dato è sbalorditivo per una città che l'immaginario collettivo associa ancora alla fabbrica, alla crisi di Stellantis, alle cassaintegrate. Il Piemonte concentra circa il 10% dell'intero patrimonio finanziario italiano, al netto dei beni immobiliari. Si calcola che solo il settore dei family office, a Torino, valga qualcosa come mille miliardi di euro.
Una cifra enorme, che trova conferma nei numeri più granulari. Secondo le stime dell'Associazione Italiana Private Banking (AIPB), nelle casseforti delle famiglie e delle imprese piemontesi ci sono 120 miliardi di depositi bancari e altri 145 miliardi investiti in attività finanziarie, tra titoli di Stato e azioni. Per le sole famiglie più benestanti, il mercato potenziale supera i 100 miliardi.
Anche Tagliacarne e Unioncamere lo confermano con un dato preciso: un quarto dei risparmi degli italiani è custodito tra Milano (11,55%), Roma (7,50%) e Torino (5,52%). Terza città d'Italia per patrimoni accumulati, dunque, ma senza il clamore delle prime due.
39.000 famiglie con più di mezzo milione
Chi sono, concretamente, i ricchi di Torino? Nel 2024 risultavano 39.340 famiglie — su circa 459.000, ossia l'8% del totale — con una ricchezza superiore al mezzo milione di euro. I miliardari residenti sono almeno due: John Elkann, con una fortuna stimata attorno ai 2,8 miliardi di dollari, e la famiglia Denegri, quella della chimica di DiaSorin e del Ristorante del Cambio.
Nati qui ma residenti altrove sono invece Giovanni Ferrero, ovvero Mr Nutella, e Giancarlo Devasini di Tether, il misterioso imprenditore torinese co-fondatore della stablecoin più usata al mondo, il cui patrimonio stimato si aggira attorno a cifre stratosferiche.
La ricchezza torinese, però, non si misura tanto nei nomi noti quanto nella massa silenziosa: il Piemonte ospita il 12% dei family office italiani, circa 25 strutture, uffici privati che gestiscono e moltiplicano grandi patrimoni familiari nell'ombra, lontano dalle copertine dei giornali.
Le boutique del denaro calano sul Po
Un simile serbatoio non poteva restare ignorato a lungo. Negli ultimi anni si è assistito a una vera e propria corsa delle banche private a piantare bandiera in città. Fideuram ha inaugurato la nuova sede in piazza Castello con 182 banker e 7,3 miliardi in gestione in Piemonte. Banca Mediolanum ha lanciato l'ecosistema "Grandi Patrimoni" per i clienti top. Credem ha aperto una sede a Villa Frassati, Banca Patrimoni Sella ha acquisito Banca Galileo per espandersi nel private banking, ed Ersel — storico player della famiglia Giubergia — conta oltre 20 miliardi di asset.
L'ultimo arrivato è Mediobanca Premier, sbarcata in corso Vittorio Emanuele II con i 700 banker del gruppo di Piazzetta Cuccia. In Italia il private banking amministra complessivamente 1.317 miliardi di masse; in Piemonte si contano circa 178 filiali tra uffici private e family office, quarta regione per presenza dopo Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.
Il messaggio è chiaro: Torino è diventata una delle piazze più ambite d'Italia per chi gestisce grandi patrimoni.
Il Monferrato come nuovo lusso discreto
La ricchezza che gravita attorno a Torino non si ferma al centro storico. Nel quadro globale dei flussi di capitale alla ricerca di qualità della vita, cresce l'interesse di acquirenti tedeschi, olandesi, francesi, svizzeri e statunitensi per uno stile di vita autentico nel Monferrato: casali in pietra del Settecento sapientemente restaurati, ville affacciate sulle colline, residenze immerse nei vigneti. Per molti è insieme investimento e scelta di vita.
Torino ha un posizionamento unico: architettura, musei, cibo, vicinanza alle Alpi e alle colline piemontesi. È il classico caso di città che piace a chi cerca un lusso non urlato, con un rapporto qualità-valore ancora molto competitivo rispetto a Milano o Roma, dove il metro quadro nelle zone prime tocca rispettivamente i 22.000 e i 16.000 euro.
La propensione al risparmio, una risorsa poco sfruttata
C'è un tratto culturale che distingue il Piemonte dal resto d'Italia: si risparmia molto, si investe poco. La propensione al risparmio delle famiglie piemontesi batte la media nazionale (8,27%) in diversi territori: Biella al 15,51%, Asti al 13,64%, Vercelli al 13,62%. Tradotto: la liquidità c'è, ma spesso non si trasforma in investimento produttivo.
Per i private banker è una miniera. Per l'economia del territorio è una questione aperta: come si trasforma questo enorme serbatoio di risparmio in capitale paziente per le imprese, l'innovazione, le infrastrutture?
Il paradosso: ricchi al centro, deserti bancari in periferia
C'è però una crepa profonda nel quadro. Mentre nel centro di Torino si moltiplicano le boutique del wealth management, nelle aree più periferiche e montane del Piemonte la situazione va nella direzione opposta. Il Piemonte è maglia nera italiana per sportelli di prossimità: due comuni su tre sono rimasti senza banca. La progressiva chiusura coinvolge 651.000 persone e 46.000 imprese che vivono in luoghi privi di qualsiasi istituto di credito.
È il riflesso locale della tendenza globale fotografata dal Wealth Report di Knight Frank: la ricchezza cresce più in fretta dell'economia reale, si concentra, si autoalimenta. Torino ne è un esempio plastico e contraddittorio — una città dove convivono mille miliardi gestiti in silenzio e valli sempre più deserte di sportelli bancari. La cartina di tornasole di un Paese che cresce, ma non per tutti.
