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venerdì 24 aprile 2026

Buon 25 Aprile

Il Bicerin di Claudio Pasqua

Il buongiorno del mattino in chiave sabauda



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Il 25 aprile in Italia arriva ogni anno con la puntualità di una tassa e l’imprevedibilità di una grandinata. Lo si vede spuntare sul calendario qualche giorno prima, tra un santo minore e una promozione del supermercato, e immediatamente il Paese si divide in tre categorie: quelli che preparano il discorso storico, quelli che preparano un proclama per dire che non è il momento delle divisioni,  quelli che preparano il cestino da picnic.

Alle sette del mattino, nei corridoi del Palazzo Nazionale delle Dichiarazioni Preventive, un usciere apre la porta della Sala delle Ricorrenze Sensibili. Dentro, almeno venti consulenti politici sono già seduti attorno a un tavolo ovale, ognuno con una cartellina intitolata: “25 Aprile 2026: come uscirne vivi”.

Il presidente della riunione, un uomo con l’espressione smarrita di chi ha appena salutato uno specchio, batte un martelletto.

“Signori, la situazione è grave. È di nuovo il 25 aprile.”

Un mormorio percorre la sala.

“E se celebrassimo la primavera?” suggerisce una deputata ecologista. “La natura non è di parte”

“La Quercia, l’Ulivo, la Margherita… no, meglio di no,” ribatte qualcuno, sfogliando un vecchio manuale di simboli come fosse un campo minato.

Un giovane spin doctor alza la mano. “Possiamo dire che onoriamo la libertà di tutti. Così nessuno si offende".

Che ne dite  di “Onoriamo la libertà di tuttƏ? Rilancia l'ecologista. 


Si, si. Più inclusivo. 


“E la parola ‘Resistenza’?” chiede timidamente uno stagista.


La stanza si irrigidisce. Si sente cadere una graffetta.


“Meglio ‘resilienza’,” taglia corto qualcuno. “È più… contemporanea.”


“Giusto,” annuisce il presidente. “E non implica passato.”


“Onoriamo la libertà di tuttƏ. Con resilenza, allora!” puntualizza la deputata ecologista.


“E niente bandiere?” chiede un altro.


“Solo se sono arcobaleno,” risponde lei. “e bipartisan.”


Intanto, fuori dal palazzo, l’Italia reale si mette in moto.


In un bar di Caselette, il signor Ernesto — pensionato di lungo corso, portatore sano di opinioni ferme — proclama al cappuccino:


"Una volta il 25 aprile si sapeva cos'era."


"Cos'era?" chiede il barista.


"Non me lo ricordo. Ma si sapeva."


La TV, accesa, mostra intanto un dibattito televisivo, in cui cinque opinionisti litigano in semicerchio con la stessa lucidità di una riunione di condominio . Il primo vuole contestualizzare. Il secondo storicizzare. Il terzo accusa gli altri due di banalizzare. Il quarto accusa il terzo di banalizzare la banalizzazione. Il quinto si fa un selfie. 


Nel frattempo, in un piccolo comune piemontese, il sindaco prova il discorso davanti allo specchio.


"Cari concittadini, oggi ricordiamo il sacrificio di chi combatté per la libertà"


Si ferma. Troppo netto. Riprova.


"Cari concittadini, oggi ricordiamo una complessa fase di transizione multilaterale"


Meglio. Accontenta tutti. Non dice niente. Perfetto.


Alla cerimonia, Bella Ciao viene intonata con tre velocità diverse simultaneamente, creando un effetto che alcuni definiscono polifonico e ad altri, più onestamente, ricorda i messaggi nascosti nella musica dei Black Sabbath suonata al contrario.  


Nel pomeriggio intervengono i social, dove ogni ricorrenza viene affidata a profili con avatar di gladiatori, busti romani o gatti in armatura. Un politico posta una foto davanti a una corona d'alloro con espressione patriottica. Un altro scrive "Mai più totalitarismi" — formulazione abbastanza elastica da includere, volendo, anche i lavori in corso su via Nizza.


Qualcuno resta in silenzio. Questo viene interpretato come scandalo, strategia o raffreddore, a seconda dell'orientamento dell'interprete. 

 

Perché il 25 aprile in Italia è anche questo: una strana miscela di memoria autentica, liturgia pubblica, smemoratezza opportunista, gite fuori porta e persone che cercano di usare il passato come se fosse un telecomando.


Ogni anno qualcuno prova a svuotarlo, qualcuno prova a sequestrarlo, qualcuno prova a trasformarlo in hashtag. Ma la data resta lì, ostinata come un vecchio ferroviere piemontese: arriva, fischia e riparte.


E mentre i professionisti dell’ambiguità discutono se dire liberazione, riconciliazione, pacificazione o generica positività, la verità è più semplice e meno telegenica: il 25 aprile ricorda che a un certo punto c’era chi comandava con violenza, e qualcun altro decise che no, grazie.

Il resto sono quinte teatrali. 

A notte fonda, nel Palazzo Nazionale delle Dichiarazioni Preventive, il presidente della riunione chiude il verbale.

“Bene, signori. Anche quest’anno siamo sopravvissuti al 25 aprile.”

Un usciere entra trafelato.

“Presidente, c’è un problema.”

“Quale?”

“Tra pochi giorni arriva il Primo Maggio.”

La sala sprofonda nel panico.



Il bicerin: tre strati, come vuole la ricetta: uno sguardo lucido sull'attualità, una nota amara di realtà, un fondo caldo di umanità. Da leggere piano.








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