Il Bicerin di Claudio Pasqua
Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
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Questa rubrica vi ha promesso sobrietà sabauda. Ma la notizia che giunge da piazza Castello è di quelle che anche il più composto dei Savoia avrebbe accolto con un sopracciglio alzato — e forse, in privato, con un sorriso.
Ma la vera storia, cari lettori, non è il tramezzino. È chi gli diede il nome.
Gabriele D'Annunzio — poeta, seduttore, aviatore, e uomo convinto che nulla nella vita dovesse rimanere senza la sua firma — si trovò un giorno davanti a un sandwich. La parola anglosassone lo offese. Come poteva lui, che aveva inventato un lessico per ogni emozione umana, tollerare che il proprio spuntino portasse un nome straniero? E così, con la stessa mano con cui aveva scritto versi immortali e lettere d'amore interminabili, coniò: tramezzino. Piccolo tramite. Pane di mezzo. Una parola, va detto, di una modestia sorprendente per un uomo che non ne aveva alcuna.
Ecco il paradosso che questa rubrica vi offre stamattina, caldo come il fondo di cioccolato di un bicerin: l'atto più democratico della storia della gastronomia italiana — dare un nome popolare a uno spuntino popolare — fu compiuto dall'uomo meno democratico del suo tempo. D'Annunzio non mangiava al bar. D'Annunzio battezzava il bar.
E Torino, città di silenzi eloquenti e ironie non dette, conserva da cent'anni quel nome senza ringraziarlo troppo. Come si conviene.
Buona giornata, Torino. E buon tramezzino — come lo chiamerebbe lui.
Il bicerin: tre strati, come vuole la ricetta: uno sguardo lucido sull'attualità, una nota amara di realtà, un fondo caldo di umanità. Da leggere piano.