Il 24 agosto 1862 nasceva la Lira. Vittorio Emanuele II firmò la legge che unificava il sistema monetario italiano. Perché fare l’Italia era stato relativamente semplice; convincere gli italiani a usare tutti gli stessi soldi richiedeva invece una certa audacia.
Fino a quel momento la penisola era una specie di mercatino numismatico: circolavano lire, franchi, ducati, scudi, fiorini, piastre e altre monete che permettevano di entrare in una bottega per comprare il pane e uscirne con una laurea breve in ragioneria.
La legge Pepoli mise ordine: una sola moneta per il nuovo Regno, la lira italiana. Una scelta sabauda, naturalmente. Torino aveva già fornito all’Italia il re, il governo, la capitale e una discreta quantità di funzionari piemontesi. Mancava soltanto il portafoglio.
La lira nacque dunque piemontese, crebbe italiana e morì europea. Ebbe una vita lunga e movimentata: attraversò monarchie, guerre, fascismo, Repubblica, miracolo economico e inflazione. Perse parecchio valore e molti zeri, ma mai la capacità di farci sentire milionari. Negli anni Novanta bastava possedere un’utilitaria e un televisore per dichiarare, con impeccabile precisione contabile, di aver speso “una cosa come venti milioni”.
Poi arrivò l’euro e la lira andò in pensione. Da allora gli italiani la ricordano con affetto, sostenendo che con mille lire si comprasse praticamente ogni cosa: il giornale, il caffè, il tram, forse anche un piccolo appartamento in centro.
Non era vero, naturalmente. Ma la nostalgia, come insegnano gli inglesi, è il modo più elegante per ricordare un passato che non è mai esistito.
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