Il problema non è che La7 trasmetta il Palio di Siena. Il problema è esattamente l'opposto: perché non lo trasmette più la Rai?
Perché La7 è un'emittente privata, fa le proprie scelte editoriali, compra i diritti che ritiene interessanti e cerca, legittimamente, pubblico e pubblicità. Se riesce ad aggiudicarsi un evento importante come il Palio, tanto di cappello.
La domanda imbarazzante riguarda invece la Rai.
Per decenni il Palio di Siena è stato associato alla televisione pubblica. Poi, dal 2022, i diritti televisivi sono passati a La7. E così uno degli appuntamenti popolari e storici più conosciuti d'Italia ha cambiato casa.
Fin qui si potrebbe liquidare tutto con tre parole: sono diritti televisivi. Certamente. Ma proprio qui comincia la discussione.
Noi la Rai la paghiamo
La Rai non è semplicemente un'emittente che deve contendersi qualche punto di share con Mediaset, La7 o le piattaforme streaming. È la concessionaria del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale.
E il cittadino contribuisce al suo finanziamento anche attraverso il canone.
Di conseguenza dovrebbe essere possibile porre una domanda senza essere accusati di lesa maestà televisiva: qual è oggi il valore aggiunto che la Rai può presentare agli italiani per giustificare la propria peculiarità di servizio pubblico?
Perché se progressivamente perdi gli eventi sportivi più importanti, lasci ad altri manifestazioni popolari di enorme richiamo, competi sul terreno dell'intrattenimento commerciale e nel frattempo chiedi comunque ai cittadini di finanziarti, prima o poi qualcuno la domanda te la fa.
E non basta rispondere: "La7 ha comprato i diritti".
Grazie. Lo avevamo capito.
La questione è: perché la Rai non li ha?
Il Palio non è semplicemente una corsa di cavalli
Qui sta forse l'aspetto più irritante.
Il Palio di Siena non è soltanto sport e non è semplicemente spettacolo. È una manifestazione che affonda le proprie radici nella storia italiana, con un patrimonio di tradizioni, contrade, rituali e cultura popolare che ha pochissimi equivalenti.
È esattamente il genere di evento sul quale una televisione di servizio pubblico dovrebbe avere qualcosa da dire.
Non necessariamente perché debba comprare qualsiasi cosa a qualsiasi prezzo. Il denaro pubblico va amministrato con attenzione e sarebbe assurdo sostenere il contrario.
Ma almeno pretendiamo una strategia riconoscibile.
Perché altrimenti il paradosso diventa evidente: la televisione privata investe su un grande evento della tradizione italiana e la televisione pubblica resta a guardare.
E allora qual è il "prodotto Rai"?
Questo è il punto che dovrebbe preoccupare davvero Viale Mazzini.
Non si può giustificare eternamente l'esistenza del servizio pubblico semplicemente ricordando che si chiama "servizio pubblico". Occorre dimostrarne quotidianamente l'utilità e soprattutto la differenza rispetto all'offerta commerciale.
Qual è oggi il grande argomento promozionale che la Rai può presentare al cittadino dicendogli: "Ecco perché vale la pena che esista una televisione pubblica finanziata anche da voi"?
L'informazione? Certamente fondamentale, ma esiste un'enorme pluralità di fonti informative.
La fiction? Importante, ma la concorrenza delle piattaforme è ormai sterminata.
L'intrattenimento? Anche qui l'offerta privata è enorme.
Lo sport? Sempre più frammentato tra televisioni a pagamento, piattaforme ed emittenti concorrenti.
I grandi eventi della tradizione italiana? Beh, persino il Palio è finito su La7.
Ed ecco che il problema diventa molto più grande di una corsa di cavalli.
Non ce l'abbiamo con La7. Anzi
Sia chiarissimo: La7 non ha sottratto nulla agli italiani. Ha comprato dei diritti e offre gratuitamente l'evento in chiaro. Dal suo punto di vista è un'operazione editoriale perfettamente comprensibile.
Semmai bisognerebbe farle i complimenti per aver intuito il valore televisivo dell'evento.
È proprio questo che rende la situazione ancora più paradossale.
Per vedere il Palio basta cambiare canale. Nessuna tragedia. Il telecomando funziona benissimo.
Ma il canone continuiamo a pagarlo alla Rai.
Ed è quindi alla Rai che dobbiamo rivolgere la domanda.
Pagare non significa firmare un assegno in bianco
Il servizio pubblico ha un valore enorme quando riesce a fare ciò che il mercato da solo non farebbe: cultura, informazione approfondita, tutela delle minoranze linguistiche, programmi educativi, memoria storica, valorizzazione dei territori e accessibilità universale.
Ma proprio per questo deve evitare di diventare semplicemente una televisione commerciale finanziata anche con denaro pubblico.
Se compete con le televisioni private facendo sostanzialmente le stesse cose, mentre alcuni degli appuntamenti che potrebbero caratterizzarne la missione finiscono proprio sulle televisioni private, la contraddizione diventa difficile da nascondere.
E il Palio diventa soltanto il simbolo di una domanda molto più scomoda.
Che cosa offre oggi la Rai che giustifichi davvero, agli occhi del cittadino, il privilegio e la responsabilità di essere il servizio pubblico?
La risposta non può essere: "Siamo la Rai".
Non basta più.
E se davanti alla perdita di un evento come il Palio l'unica spiegazione rimane che qualcun altro ha comprato i diritti, allora il problema non sono i cavalli che corrono in Piazza del Campo.
Il problema è capire dove stia correndo la Rai. E soprattutto se sappia ancora dove vuole arrivare.