
Oggi il mondo celebra la Giornata Mondiale della Sicurezza Alimentare, e l'OMS lo fa con un tema talmente generico che potrebbe andare bene anche per la manutenzione degli ascensori: "Dal peso alle soluzioni: alimenti sicuri ovunque".
Ovunque. Una parola che a Torino suona già sospetta, perché qui l'unico posto davvero sicuro è la propria cucina, e nemmeno sempre.
I numeri ci sono, e sono di quelli che tolgono l'appetito: seicento milioni di casi all'anno di malattie alimentari nel mondo. L'OMS ha messo in fila trentun pericoli, più quattro metalli pesanti — arsenico, cadmio, piombo e mercurio — che è poi l'elenco completo di ciò che una nonna piemontese sospetta di trovare in qualunque cosa non abbia cucinato lei.
E allora cosa dire della grande verità contemporanea: che il cibo non si presenta più per quello che è, ma per quello che non contiene.
Una volta compravi un biscotto perché era buono. Oggi lo compri perché è senza latte, senza glutine, senza zuccheri aggiunti, senza olio di palma, senza nichel, senza cadmio, senza conservanti, senza coloranti, senza sensi di colpa. Manca solo la scritta: “Senza parenti invadenti al pranzo della domenica”, e poi siamo arrivati alla perfezione.
A questo punto aspettiamo solo il prodotto definitivo: “senza niente”. Una confezione elegante, biologica, tracciata, sostenibile. Dentro solo il ricordo omeopatico della sostanza. Ma con certificato bio. E naturalmente a 50 euro al grammo.
E che dire poi dei nomi degli alimenti vegani, che ormai sembrano usciti da un ufficio anagrafe in piena crisi d’identità?
Non basta dire “crema vegetale”, “affettato di legumi”, “preparato di soia”. No. Bisogna evocare il mondo onnivoro con nomi da teatro dell’assurdo. Cercateli, esistono veramente: la Parmarisella, il Fermaggio, la Mordibella, lo Strachicco, il Pare Pollo. Mancano solo i “Tajarin al carton”, possibilmente con storytelling emozionale sul retro.
Ora vado in enoteca. E lo dico con una certa apprensione: spero di non trovare anche lì il “Pare Nebbiolo” o il “Barolo emozionale senza uva aggiunta”.
Perché va bene tutto, ma se un giorno mi vendono un vino “plant based”, “senza vendemmia” e “con sentori di intenzione”, giuro che passo direttamente al Torèt.
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