A cura di Giovanni Firera
Giorgio Benvenuto apre il suo intervento con una citazione che riassume l'essenza di Bruno Buozzi e della sua vocazione sindacale: la conoscenza come strumento di riscatto. «Per noi è necessario che siamo capaci di conoscere un libro di più del padrone» — una massima che Benvenuto declina subito in chiave attualissima, richiamando il dramma contemporaneo dell'Italia ultima in Europa per laureati e della fuga dei talenti verso altri paesi. Le idee di Buozzi, afferma con forza, non appartengono soltanto alla storia: sono stimolo permanente all'azione presente.
Autodidatta come Buozzi, formatosi alla «università socialista» di Milano dopo aver lavorato alla Bianchi, il grande sindacalista incarnò la figura del dirigente che non si limita all'agitazione ma si pone obiettivi concreti e lavora per realizzarli. A Torino — la sua città d'adozione — ottenne risultati tangibili: la riduzione dell'orario di lavoro, il riconoscimento del sindacato, l'istituzione delle commissioni interne nelle fabbriche. Non un agitatore, ribadisce Benvenuto, ma un realizzatore.
Il passaggio centrale del discorso riguarda la visione unitaria che Buozzi elaborò durante la detenzione fascista. Ragionando con Vittorio e Achille Grandi, comprese che il sindacato del dopoguerra doveva nascere diverso: non più legato a un solo partito, non più riservato ai soli operai, ma capace di includere impiegati, contadini e il mondo cattolico. Da quella riflessione nacque l'intuizione fondamentale: la sigla CGIL, con la parola «Italiana» al suo interno, a sancire che l'Italia liberata era anche dei lavoratori che avevano combattuto e sofferto — non una Costituzione concessa dall'alto, come nel 1861, ma conquistata dal basso attraverso l'impegno collettivo.
Benvenuto rievoca con ammirazione il momento in cui Buozzi, chiamato dal governo Badoglio a sciogliere il nodo corporativo, pose due condizioni irrinunciabili: la liberazione di tutti i confinati e dei detenuti politici, e la presenza al suo fianco di un comunista e di un cattolico. E così fu. Proprio alla vigilia dell'armistizio, Buozzi riuscì a far ricostituire le commissioni interne, incontrandosi con il capo degli industriali dopo vent'anni di separazione forzata.
Il relatore indugia poi sulla morte di Buozzi — oscura, mai del tutto chiarita — avvenuta nell'aprile del 1944, alla vigilia della liberazione di Roma. Prelevato insieme ad altri tredici detenuti, fu fucilato a colpi di pistola alla testa ai bordi di una strada di campagna. Il suo corpo, ritrovato giorni dopo in stato di decomposizione, fu riconosciuto dalla moglie grazie a una targhetta francese nel vecchio cappotto: un dettaglio straziante che Benvenuto cita per ricordare il ruolo spesso dimenticato delle donne nelle vicende dei grandi dirigenti del movimento operaio.
Il discorso si chiude con una riflessione sull'unità sindacale — la CGIL rimase unita solo dal 1944 al 1948 — e sull'insegnamento più profondo che Buozzi, Di Vittorio e Grandi ci hanno lasciato: la divisione genera fratricidi, l'unità genera risultati. Benvenuto conclude con un appello alle giovani generazioni: non basta il dissenso, occorre trasformare la protesta in proposta. «Possiamo perdere una battaglia, ma non perderemo mai la voglia di combattere per la libertà e l'uguaglianza.»