Il Bicerin di Claudio Pasqua
- Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
Il 13 giugno è una data curiosa per le monarchie. Nel 1946, Umberto II di Savoia lasciò l’Italia dopo il referendum istituzionale. Nel 2026, a Londra, Carlo III festeggia invece il suo compleanno ufficiale con il Trooping the Colour. Da una parte un re che parte, dall’altra un re che sfila. La storia, quando vuole, sa essere ironica.
Umberto II fu chiamato il re di maggio, ma resistette abbastanza da diventare quasi il re di giugno. Poi prese atto del risultato e se ne andò. Con una certa eleganza, bisogna dirlo. La monarchia italiana uscì di scena con il biglietto di sola andata, mentre molti politici repubblicani, da allora, hanno perfezionato l’arte opposta: restare anche quando gli elettori hanno cambiato serratura, citofono e amministratore di condominio.
Gli inglesi, invece, hanno risolto diversamente. Il re non solo resta: compie gli anni due volte. Una volta perché è nato davvero, un’altra perché la tradizione ha deciso che nascere va bene, ma nascere con il meteo sbagliato è una cafonata. Così il sovrano britannico ha un compleanno anagrafico e uno scenografico: il primo per l’ufficio comunale, il secondo per dire: “preferisco festeggiare quando non piove”.
Da piemontesi, possiamo capirlo. Anche noi, se potessimo, sposteremmo certi compleanni, certe riunioni di lavoro e alcuni matrimoni direttamente in un’altra era geologica.
Il 13 giugno, dunque, ci ricorda due modi diversi di essere re: uno che lascia il Paese, l’altro che saluta dal balcone. In mezzo, noi italiani: repubblicani per Costituzione e monarchici solo quando c’è da parcheggiare davanti a Palazzo Reale.
Però una cosa va riconosciuta: almeno Umberto II, quando capì che era finita, se ne andò. Oggi, in politica, sarebbe già una rivoluzione.