Il Bicerin di Claudio Pasqua
- Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
Il 14 giugno si celebra la Giornata mondiale del donatore di sangue. Serve a ricordarci una cosa elementare, quindi spesso dimenticata: senza sangue donato, molta gente non arriva a domani.
La data non è casuale. Il 14 giugno nacque Karl Landsteiner, lo scienziato che scoprì i gruppi sanguigni. Prima di lui, le trasfusioni erano una specie di roulette sanitaria. Dopo di lui, la medicina capì che il sangue non si può scambiare a piacimento, come certi politici che cambiano partito e casacca con la stessa disinvoltura con cui si cambia posto a tavola.
E qui crolla un mito antico, amatissimo nei salotti buoni: quello del sangue blu. Per secoli ci hanno raccontato che alcuni nascevano superiori, predestinati, più fini, più degni, più adatti al comando. Nobili, principi, dinastie, casate, stemmi e ritratti con sguardo severo. Poi arriva la scienza, con la sua solita maleducazione, guarda dentro le vene e dice: “Spiacenti, Maestà, qui è tutto rosso”.
Il sangue che conta davvero non è quello ereditato, ma quello donato. Non quello vantato negli alberi genealogici, ma quello che finisce in una sacca anonima e salva un ferito, un malato oncologico, una madre durante un parto, un bambino in terapia. Non chiede applausi, non pretende titoli, non inaugura rotonde. Fa il suo mestiere: circola.
C’è qualcosa di profondamente sabaudo nel donare sangue: poca scena, molta sostanza. Niente proclami dal balcone, niente “ci metto la faccia”. Ci metti una vena, che di solito è molto più utile.
E allora oggi brindiamo ai donatori. Quelli veri. Perché il sangue blu può riempire i libri di storia, ma solo il sangue rosso riempie gli ospedali. E ogni tanto salva anche qualche nobile distratto.