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mercoledì 6 maggio 2026

La Rai racconta ancora il calcio degli anni ’90 mentre lo sport italiano è già nel futuro

di Claudio Pasqua 

Da sin: Kimi Antonelli -  leader del Mondiale di Formula 1, Jannik Sinner - numero uno al mondo di Tennis, Marco Bezzecchi, campione MotoGp



C’è un paradosso tutto italiano che ormai quasi non scandalizza più nessuno: paghiamo un canone obbligatorio in bolletta per finanziare un servizio pubblico che continua a concentrare gran parte della propria attenzione sul calcio, anche nei momenti più deludenti, mentre molti dei successi più straordinari dello sport italiano finiscono spesso relegati ai margini del racconto televisivo.


La Nazionale di calcio resta stabilmente in prima serata, indipendentemente dai risultati. Eppure negli ultimi anni l’Italia ha costruito eccellenze mondiali nel tennis, nel volley, nell’atletica, nel nuoto e in molte altre discipline che parlano molto di più al presente e alle nuove generazioni rispetto a un sistema televisivo che sembra rimasto fermo a vent’anni fa.


Il punto, infatti, non è soltanto sportivo. È culturale. La televisione generalista italiana appare sempre più vecchia, autoreferenziale e incapace di intercettare i linguaggi contemporanei. Da anni rincorre un pubblico che invecchia insieme ai suoi format, mentre i giovani si spostano altrove: streaming, social, piattaforme on demand, creator digitali. La “tv lineare”, costruita attorno a palinsesti rigidi e decisi dall’alto, non è più il centro della vita culturale delle nuove generazioni.


Non è un caso che molti studiosi parlino da tempo di crisi strutturale della televisione tradizionale. Già nel 2010 il sociologo Mihai Gavrila descriveva la necessità di un “decisivo riposizionamento” della tv travolta dal ciclone Internet e dai nuovi consumi culturali. Allo stesso modo, diverse analisi sociologiche hanno evidenziato come i giovani mostrino una crescente insofferenza verso una televisione percepita come “datata”, incapace di parlare il loro linguaggio e di rappresentare davvero il cambiamento sociale del Paese.


Ed è qui che il tema sportivo diventa simbolico. Perché mentre il mondo cambia, la televisione italiana continua spesso a rifugiarsi nella comfort zone del calcio, trasformandolo in una sorta di rituale permanente. Anche quando mancano i risultati, anche quando le storie più innovative e coinvolgenti arrivano da altri sport. È una scelta rassicurante, ma anche profondamente conservatrice.


Va detto che non tutto dipende da una scelta editoriale della Rai: molti grandi eventi sportivi appartengono a piattaforme private che ne detengono i diritti esclusivi. Ma il problema resta. Un servizio pubblico dovrebbe limitarsi a inseguire gli ascolti o dovrebbe avere anche il compito di raccontare il Paese reale, i suoi cambiamenti, i suoi nuovi modelli culturali?


Perché oggi il rischio non è soltanto perdere pubblico. È diventare irrilevanti per un’intera generazione.


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