di Elena Scandurra
Il diavolo veste Prada 2 non è solo un sequel di un fortunato film di successo di vent’anni fa, ma è un’intelligente opera cinematografica che fa riflettere sull’attuale mondo del lavoro, sulle relazioni che si innescano in ufficio tra superiori e colleghi, sui compromessi che le persone sono disposte ad accettare per emergere e sulla poca stabilità che deriva da un continuo cambiamento delle aziende tra accorpamenti e ridimensionamenti.
Chi si aspettava un film incentrato esclusivamente sulla moda, sui vizi e i capricci delle sue protagoniste, forse è rimasto un po’ deluso perché il film utilizza il mondo del fashion per raccontare l’evoluzione e l’instabilità del mondo del lavoro attuale; fin dall’inizio si vede infatti la protagonista Andrea Sachs (una delle Emily di Miranda), che è ormai una giornalista affermata e, pochi minuti prima di ritirare un premio giornalistico, riceve con altri suoi colleghi un SMS che annuncia il licenziamento di tutta la redazione di cui fa parte; Andrea sfrutta il premio per raccontare alla stampa il metodo con cui sono stati licenziati: un SMS di massa, mettendo in luce una pratica purtroppo sempre più frequente nel mondo lavorativo reale.
Da quel momento si apre un percorso di presa di coscienza di Andrea, che si rende conto che, dopo vent’anni di sacrifici, si deve reinventare e accetta, seppur con qualche titubanza, di tornare a Runway, la rivista che l’ha vista esordire come assistente di Miranda Priestley, personaggio iconico alla direzione del giornale, nota per la sua frase “È tutto”, con cui liquida le assistenti e chiude ogni tentativo di dialogo con un approccio assolutamente “top-down”, uno stile manageriale impositivo che chiude al confronto costruttivo.
Solo alla fine del film, dopo un’operazione che salva la testata Runway grazie all’intraprendenza e alla lealtà di Andrea, che tenterà il tutto per tutto per salvare il suo posto di lavoro, quello dei suoi colleghi e l’integrità editoriale di Runway, Andrea e Miranda si troveranno in macchina insieme, vent’anni dopo quanto successo a Parigi, ovvero l’abbandono da parte di Andrea del suo lavoro perché non più in grado di accettarne i compromessi “necessari”; Andrea troverà il coraggio e la forza di dire per la prima volta a Miranda: “Siamo un team”.
Il personaggio di Miranda, nella magistrale interpretazione di Meryl Streep, subisce profonde trasformazioni; pur mantenendo lo stile visionario e autoritario di colei che detta lo stile e non lo subisce, si ritrova costretta, almeno in apparenza, ad accettare il nuovo corso che il figlio del proprietario di Runway vuole imporre al giornale: più tagli, meno budget e, di conseguenza, una linea editoriale subordinata agli investitori, con meno libertà di scrittura.
Interessante è la descrizione del rapporto tra Andrea ed Emily, due ex assistenti di Miranda che mostrano di aver preso due strade opposte dopo aver lasciato Runway: la prima, Andrea, è cresciuta professionalmente come giornalista senza aiuti; la seconda, Emily, inserita a livello manageriale in Dior, si fidanza ben presto con un miliardario e sfrutta la sua posizione per tentare la scalata a Runway. Le due, dopo anni, si ritrovano nuovamente a lavorare insieme e, alla fine, la strada vincente si rivela quella di Andrea, perché ha investito su sé stessa e ha costruito una carriera solida che ha saputo resistere al mutare delle condizioni lavorative.
Ultime tematiche messe in evidenza dal film sono il ricambio generazionale e la volontà di differenziarsi nella nuova gestione, a discapito anche del mantenimento dei posti di lavoro, nel passaggio di proprietà tra padre e figlio in Runway, e il ruolo dell’Intelligenza Artificiale nelle aziende come strumento che, a detta del fidanzato miliardario di Emily, può sostituire la creatività e la strategia delle persone.
Ed, in chiusura, un omaggio del film a Milano come centro della moda, con quella camminata di Miranda nella galleria milanese delle grandi boutique firmate, che si appresta a diventare uno dei passaggi più memorabili del film: il percorso di una donna, Miranda, che ha dedicato la sua vita a Runway e alla moda, sacrificando le figlie e la sua vita sentimentale.
Il diavolo veste Prada 2 è un film che ha saputo fare un salto e diventare grande: non un sequel nostalgico, ma un modo per portare sul grande schermo temi di attualità lavorativa che fanno riflettere la generazione degli anni ’80 e ’90, il cui percorso lavorativo è stato purtroppo influenzato da grandi cambiamenti. La sfida vera è la capacità di affrontarli rispettando sé stessi, con la consapevolezza che il lavoro non è tutto, ma solo una parte della nostra vita.
