A cura di Giovanni Firera
Serata molto interessante questa sera, mercoledì 17 maggio alle ore 20.30 al ristorante Il Mondo Fricandò di Poirino. Organizzata dalla Taberna Letteraria Fricandò, a cura di Angelita Mollo e Mariangela Marocco. La cultura ritorna a Poirino grazie alla presentazione di questo libro curioso ed intrigante che riguarda molte di noi direttamente.
Il libro “Forse non sono Dio – Cronache di un gatto” di Stefania Gander si presenta, già dal titolo, come un’opera dal forte valore simbolico ed emotivo. La scelta di affidare la narrazione allo sguardo di un gatto non è soltanto un espediente letterario originale, ma diventa uno strumento per osservare l’umanità da una prospettiva diversa: più silenziosa, più istintiva, talvolta persino più autentica di quella degli uomini stessi. Il titolo, ironico e insieme filosofico, suggerisce immediatamente una riflessione profonda sul rapporto tra superiorità, fragilità e coscienza. Il gatto, animale storicamente avvolto da un’aura quasi divina, sembra qui interrogarsi sul proprio ruolo nel mondo, oscillando tra la consapevolezza della propria indipendenza e il bisogno di affetto, presenza e comprensione.
L’opera appare costruita come una serie di “cronache”, cioè frammenti di vita osservati e raccontati con sensibilità. Non si tratta semplicemente di episodi leggeri dedicati al mondo animale, ma di vere meditazioni sulla quotidianità. Attraverso gli occhi del gatto, Stefania Gander sembra voler raccontare le contraddizioni dell’esistenza umana: la solitudine, l’amore, il tempo che passa, il desiderio di essere compresi e il bisogno di trovare un posto nel mondo. Il gatto diventa così un narratore discreto ma lucidissimo, capace di cogliere dettagli che spesso sfuggono agli esseri umani, troppo distratti dalla frenesia della vita moderna.
Uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio la capacità di trasformare un animale in uno specchio dell’animo umano. Il gatto non giudica con durezza, ma osserva. E in questa osservazione emerge una forma di saggezza antica, quasi filosofica. Da sempre il gatto è simbolo di mistero, autonomia e contemplazione; qui, però, assume anche tratti profondamente emotivi. È una creatura che sente, ricorda, soffre e ama. La narrazione sembra suggerire che gli animali possiedano una purezza interiore che gli uomini, spesso, hanno smarrito.
Il titolo “Forse non sono Dio” possiede inoltre una forza narrativa notevole. Dietro questa frase si può leggere un’ironia sottile: chi vive con un gatto sa bene quanto questo animale sembri comportarsi come una creatura superiore, padrona dello spazio e delle attenzioni. Ma il “forse” introduce il dubbio, la fragilità, persino la consapevolezza del limite. È qui che il libro acquista una dimensione profondamente umana.
L’opera sembra inserirsi in quella tradizione letteraria in cui gli animali vengono utilizzati per parlare dell’uomo. Si può pensare ai racconti di Luigi Pirandello, dove il punto di vista insolito diventa occasione per smascherare le convenzioni sociali, oppure ad alcune pagine di Vitaliano Brancati, nelle quali ironia e malinconia convivono continuamente. Anche qui convivono probabilmente leggerezza e profondità: il sorriso suscitato dalle abitudini feline lascia spazio, poco dopo, a riflessioni più amare sulla condizione umana.
In definitiva, il libro di Stefania Gander sembra essere un’opera delicata ma intensa, capace di unire emozione e riflessione. Attraverso la voce di un gatto, l’autrice costruisce un racconto che parla dell’uomo, delle sue fragilità e dei suoi desideri più profondi.